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- Di Arianna Andalusi
Animali e piante non native mettono a rischio ecosistemi e specie autoctone in Italia; normative UE e iniziative di controllo in evidenza.
L’Italia, crocevia di biodiversità europea tra Mediterraneo, Alpi e aree interne, affronta una delle sfide ambientali più pervasive del nostro tempo: le specie aliene invasive (IAS). Si tratta di piante, animali e altri organismi introdotti dall’uomo, intenzionalmente o accidentalmente, al di fuori del loro areale naturale, che si stabiliscono con successo nei nuovi ambienti e causano impatti negativi rilevanti su specie autoctone, habitat e servizi ecosistemici.
Secondo i dati più recenti, nel nostro Paese sono state identificate oltre 3.800 specie esotiche, di cui circa 3.699 presenti ancora nel 2025 nei diversi ecosistemi italiani, molte delle quali considerate invasive perché capaci di alterare gli equilibri naturali e competere con la fauna e la flora locali.
Questa invasione biologica rappresenta oggi una delle principali cause di perdita di biodiversità, seconda solo alla distruzione degli habitat e ai cambiamenti climatici, con conseguenze che spaziano dalla riduzione delle popolazioni autoctone alla alterazione dei servizi ecosistemici essenziali, fino a significativi costi economici e sociali.


Prevenzione e controllo delle specie invasive nell’UE
Nel contesto normativo, l’Unione Europea ha adottato il Regolamento (UE) 1143/2014 per prevenire, gestire e mitigare gli impatti delle IAS, obbligando gli Stati membri all’attuazione di misure su introduzione, controllo, eradicazione e gestione delle specie già diffuse.

Cos’è una specie invasiva e come si diffonde
Le specie aliene invasive sono organismi che, una volta introdotti in un nuovo ambiente, si insediano e si espandono in modo tale da causare danni alla biodiversità, agli ecosistemi e anche all’economia. Secondo la definizione adottata dai programmi ambientali, non tutte le specie introdotte sono invasive: solo quelle che si riproducono rapidamente e interagiscono negativamente con le specie locali rientrano in questa categoria.
Le cause principali delle introduzioni sono molteplici: dal commercio internazionale di piante ornamentali e animali da compagnia all’immissione accidentale attraverso rotte commerciali, trasporto di merci o turismo. In alcuni casi, specie esotiche sono state deliberate introdotte per scopi agricoli o di pesca, generando però effetti imprevisti sugli ecosistemi recipienti.
Una volta stabilitesi, le IAS possono espandersi rapidamente attraverso corridoi ecologici, corsi d’acqua, trasporto veicolare o dispersione naturale, competendo con la fauna e la flora locali per risorse, predando specie autoctone o modificando gli habitat. Questo fenomeno è stato identificato come una delle principali pressioni sulla biodiversità terrestre e acquatica italiana, con impatti documentati su numerose specie e habitat tutelati.
Specie invasive emblematiche in Italia
L’Italia ospita un ampio spettro di specie invasive che operano in ambienti diversi, dalle acque interne alle coste marine, fino agli ecosistemi terrestri e urbani. Tra gli animali più noti c’è il granchio reale blu (Callinectes sapidus), originario dell’Atlantico occidentale e oggi presente nei laghi, fiumi e coste italiane. Questa specie è stata inserita tra le 100 più invasive nel Mediterraneo per la competizione con specie autoctone, danni agli allevamenti di molluschi e impatti sugli ecosistemi lagunari.
Anche altre specie acquatiche, come la zebra mussel (Dreissena polymorpha), colonizzano corsi d’acqua e laghi, ostacolando infrastrutture idrauliche, impianti di trattamento delle acque e competendo con i bivalvi autoctoni.
Tra i rettili invasivi, la Trachemys scripta (tartaruga dalle orecchie rosse), spesso rilasciata in natura da proprietari di animali domestici, è presente in numerosi specchi d’acqua italiani. Pur con dibattiti scientifici sul suo ruolo predatorio, la sua presenza è considerata una minaccia per le popolazioni autoctone, come la testuggine palustre europea (Emys orbicularis).




Gli insetti invasivi, come la vespa asiatica (Vespa velutina), rappresentano un altro fronte critico, predando insetti autoctoni, in particolare impollinatori essenziali come le api, e aumentando le pressioni su ecosistemi già stressati.
Sul fronte vegetale, specie come il poligono giapponese (Reynoutria japonica) formano colonie dense che soffocano la vegetazione autoctona e alterano i processi naturali di successione delle piante, minacciando habitat naturali e seminaturali.
La varietà di specie invasive in Italia è ampia: tra quelle inserite nella Union List dell’UE ci sono oltre 114 piante e animali di preoccupazione comunitaria, soggetti a restrizioni su commercio, trasporto e rilascio.

Impatti sugli ecosistemi e sulle specie autoctone
Gli effetti delle specie invasive sugli ecosistemi italiani sono profondi e spesso irreversibili. Alterano le catene trofiche, competono per cibo e territorio, e possono essere vettori di parassiti e malattie. Per esempio, la competizione per risorse tra specie invasive e native può portare a declini drastici o localizzate estinzioni di specie autoctone, soprattutto nei sistemi più fragili come i laghi alpini o le aree umide tipiche del bacino padano.
Le piante invasive, come il poligono giapponese, non solo soppiantano le specie erbacee autoctone, ma modificano la struttura fisica e chimica del suolo, riducendo la capacità di supportare comunità vegetali locali e influenzando negativamente gli insetti impollinatori e gli uccelli associati a quei habitat.
Nei sistemi acquatici, la presenza di zebra mussels o di crostacei invasivi come il granchio blu modifica i cicli di nutrienti, ostacola le infrastrutture umane e mette sotto pressione le specie native di molluschi e pesci, con impatti significativi anche per le attività economiche legate alla pesca.
A livello europeo, gli studi sottolineano che le IAS rappresentano una delle principali cause di perdita di biodiversità, con impatti economici stimati in miliardi di euro ogni anno, dovuti alla perdita di servizi ecosistemici, ai costi di gestione e alle perdite produttive.



Iniziative e strategie di mitigazione in Italia
Per contrastare l’espansione delle specie invasive, Italia ed Europa hanno messo in campo un quadro legislativo e operazioni di controllo. Il Regolamento (UE) 1143/2014 è il pilastro normativo europeo, con una “Union List” di specie di preoccupazione comunitaria soggette a misure restrittive su importazione, commercio e rilascio.
A livello nazionale, programmi di monitoraggio e strategie di gestione integrate sono promossi da enti come ISPRA e le Agenzie Regionali per la Protezione dell’Ambiente (ARPA), con attività di sorveglianza, controllo e diffusione di informazioni tecniche. Un rapporto esplorativo coordinato da ISPRA evidenzia come, nonostante alcune azioni di mitigazione siano in corso, la prevenzione rimanga uno dei principali punti deboli, richiedendo un rafforzamento delle misure per il controllo precoce delle specie non ancora stabilizzate.
Progetti di conservazione specifici, come LIFE TETIDE sull’isola di Capraia, mirano a controllare e rimuovere specie vegetali invasive e ripristinare habitat naturali coinvolgendo comunità locali e stakeholder.
Infine, il CITES, si occupa di far rispettare la Convenzione di Washington sil commercio internazione di flora e fauna a rischio.
Altre iniziative includono campagne di sensibilizzazione, app per segnalare avvistamenti di specie invasive e piani di gestione coordinati tra regioni e istituzioni scientifiche, con l’obiettivo di prevenire nuove introduzioni e monitorare le popolazioni esistenti in maniera più efficace.

Verso un futuro con biodiversità più resiliente
La sfida delle specie invasive in Italia è multidimensionale e richiede un approccio sistemico e integrato tra scienza, policy e società civile. La conservazione della biodiversità non può prescindere dal controllo rigoroso delle IAS, dalla promozione di pratiche di biosicurezza e dal coinvolgimento delle comunità locali nella gestione del paesaggio naturale.
La ricerca scientifica continua a fornire strumenti sempre più precisi per valutare l’impatto e progettare interventi di controllo adattativi, mentre le normative europee e nazionali offrono un quadro per l’azione coordinata. Una maggiore cooperazione internazionale, assieme a programmi di educazione ambientale, potrà contribuire a ridurre gli impatti delle specie invasive e sostenere gli sforzi per mantenere ecosistemi italiani ricchi e sani.


