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- Di Redazione BoLab
Nuova ricerca mondiale: foreste sempre più dominate da specie a crescita rapida mentre gli alberi longevi diminuiscono, indebolendo resilienza e sequestro di CO2.
Foreste in trasformazione, scienziati suonano l’allarme: nonostante i dati satellitari e le osservazioni sul campo mostrino un aumento complessivo della biomassa arborea in molte regioni del pianeta, un cambiamento radicale nella composizione delle specie forestali rischia di compromettere la funzionalità ecosistemica delle foreste stesse.
Secondo uno studio globale appena pubblicato, le comunità arboree stanno diventando sempre più dominate da alberi a crescita rapida che occupano spazi lasciati liberi da specie lente e longeve deteriorate da stress ambientale o disturbi antropici. Questa trasformazione ha profonde implicazioni per la resilienza, la stabilità e la capacità di assorbire carbonio degli ecosistemi forestali.


L’analisi, basata su una banca dati che include oltre 31.000 specie in foreste di tutto il mondo, evidenzia come gli alberi a crescita rapida — caratterizzati da legno leggero e foglie a elevata efficienza fotosintetica in condizioni di luce intensa — siano favoriti in ambienti perturbati da incendi, disboscamento o cambiamenti climatici locali. Tuttavia, questi alberi tendono ad avere vite più brevi, minor accumulo di biomassa duratura e minore resistenza a stress prolungati, rispetto alle specie a crescita lenta come querce, pini vecchi o altri latifoglie forestali che assicurano stabilità strutturale e maggiore stoccaggio di carbonio a lungo termine.
Dal punto di vista funzionale, questo fenomeno può essere interpretato come una sorta di “semplificazione” delle foreste: mentre le specie rapide colonizzano spazi aperti e si moltiplicano, le specie lente che costituiscono l’ossatura degli ecosistemi — quelle con legno più denso, maggiore longevità e funzioni ecologiche complesse — si riducono di numero e di estensione. Il risultato è un ecosistema più vulnerabile a stress come siccità prolungate, infestazioni parassitarie e incendi di grande intensità.

Un altro aspetto cruciale riguarda il sequestro del carbonio: mentre gli alberi più rapidi possono catturare CO2 dall’atmosfera più velocemente in fase di crescita iniziale, non immagazzinano carbonio efficacemente nel lungo periodo e rilasciano gran parte di esso rapidamente alla morte o alla decomposizione dei tessuti. Al contrario, individui longevi con legno denso accumulano carbonio per decenni o secoli, contribuendo in modo significativo alla mitigazione climatica.
Questa trasformazione strutturale delle foreste è stata osservata non solo nelle regioni temperate, ma anche in aree tropicali e boreali, suggerendo una tendenza globale legata sia alle pressioni antropiche — come deforestazione, frammentazione e incendi — sia ai cambiamenti climatici che favoriscono condizioni più secche e disturbate. Gli autori dello studio avvertono che monitorare e gestire non solo la copertura forestale, ma anche la composizione delle specie diventa essenziale per preservare la funzione ecologica delle foreste nel XXI secolo.

In termini di policy e gestione, questi risultati rafforzano la necessità di approcci basati sulla diversificazione delle specie, conservazione di vecchi abitanti forestali e protezione delle aree intatte, insieme a misure di restauro ecologico focalizzate sul rafforzamento delle componenti lente e resilienti degli ecosistemi. Tali strategie sono ritenute cruciali per garantire che le foreste continuino a svolgere il loro ruolo fondamentale nel sequestro di carbonio, nella conservazione della biodiversità e nella stabilità climatica globale.



