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- Di Redazione BoLab
Il sottomarino K-278 “Komsomolets” continua a rilasciare radionuclidi nel Norwegian Sea dopo tre decenni
Un relitto della Guerra Fredda continua a emettere tracce di materiale radioattivo nel Mare di Norvegia, sollevando nuove domande su sicurezza ambientale e monitoraggio dei fondali marini. Si tratta del sottomarino nucleare sovietico K-278 Komsomolets, affondato nel 1989 a circa 1.680 m di profondità dopo un incendio a bordo. Il battello trasportava un reattore nucleare e due torpedini con testate nucleari, rimaste nel relitto.
Secondo uno studio pubblicato il 23 marzo 2026, il relitto mostra perdite intermittenti di materiale radioattivo dal compartimento del reattore, fenomeno attribuito alla corrosione strutturale prolungata della carcassa in titanio e dei sistemi interni. Misure effettuate direttamente vicino al relitto indicano livelli di radionuclidi come cesio-137 e stronzio-90 ben al di sopra dei valori di fondo marino, anche se rapidamente diluiti dall’enorme massa d’acqua circostante.

Il Komsomolets rimane un banco di prova per la radioecologia marina: benché la quantità di materiale rilasciato sia relativamente limitata, la sua persistenza nel tempo è un elemento di rischio. I ricercatori norvegesi e russi hanno raccolto campioni di acqua e sedimenti attorno al relitto, evidenziando che gli isotopi radioattivi non si accumulano significativamente nei sedimenti circostanti, ma possono essere rilevati nei dintorni della carcassa.
Dal punto di vista oceanografico, l’acqua di mare esercita un forte effetto di diluzione e schermatura, così che al momento non risultano prove di un impatto rilevante sulla catena trofica marina o sulla pesca commerciale in quella zona settentrionale dell’Oceano Atlantico. Tuttavia, gli esperti avvertono che un prolungato degrado dei materiali interni potrebbe aumentare la quantità di radionuclidi rilasciati nei prossimi anni, anche se la natura intermittente di questi fenomeni rende difficile una previsione precisa.

Il relitto del K-278 rappresenta una delle più profonde fonti di contaminazione radioattiva documentate nei fondali oceanici e pone in evidenza le sfide legate alla gestione di residui nucleari sommersi. Interventi di bonifica diretta, come il recupero o l’isolamento dell’area, sono stati giudicati troppo rischiosi dalle autorità competenti, in quanto potrebbero provocare un rilascio maggiore nell’ambiente durante le operazioni.
La vicenda sottolinea l’importanza di monitoraggi ambientali a lungo termine e tecnologie di sorveglianza sottomarina, come apparecchiature ROV e sonar ad alta risoluzione, per valutare l’evoluzione delle emissioni e la possibile dispersione dei radionuclidi. Questi strumenti permettono di integrare i dati chimici con modelli fisici di dispersione marina, contribuendo a definire strategie di monitoraggio più efficaci nelle aree a rischio.



