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- Di Arianna Andalusi
Analisi dell’impatto in CO2 dei principali alimenti: dati aggiornati su carne, latticini e vegetali e confronto tra le filiere produttive e le innovazioni sostenibili.

Quando portiamo un alimento in tavola, raramente vediamo ciò che sta dietro: ettari di terreno, mangimi per animali, combustibili per macchine agricole, impianti di trasformazione, camion e container. Eppure la produzione alimentare è responsabile di una porzione enorme delle emissioni globali di gas serra. Secondo le stime più accreditate, i sistemi alimentari generano oltre 16 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente ogni anno, quasi un terzo delle emissioni globali di gas serra provenienti da attività umane.
La cosiddetta impronta di carbonio del cibo misura tutte le emissioni — dalla coltivazione/manifattura alla distribuzione fino allo smaltimento. Non sorprende che i prodotti di origine animale — soprattutto carne bovina e latticini — dominino la classifica per emissioni pro-chilogrammo, mentre ortaggi, legumi e cereali restano nettamente più leggeri.
Negli ultimi anni anche le filiere industriali più impattanti hanno iniziato a innovare: tecnologie agricole di precisione, mangimi alternativi che riducono il metano, supply chain più efficienti e sistemi di LCA (Life Cycle Assessment) più dettagliati. Tuttavia, l’equilibrio tra produzione, sostenibilità e crescita della domanda globale richiede una trasformazione profonda dei modelli produttivi e delle scelte dei consumatori.

Fattorie e allevamenti: dove si gioca la partita principale
La produzione primaria — cioè ciò che avviene direttamente in fattoria o in allevamento — rappresenta una frazione enorme delle emissioni di un alimento. Nel caso della carne bovina, ad esempio, un chilogrammo di prodotto può emettere fino a 60 kg di CO2 equivalente, un valore spesso oltre 20 volte superiore a quello di molte colture vegetali.


Perché questa disparità? Le principali cause sono tre:
- Uso del suolo e cambiamento d’uso – la conversione di foreste in pascoli o campi per mangimi libera grandi quantità di carbonio immagazzinato nel suolo e nella biomassa.
- Metano enterico – gli ruminanti (come bovini e ovini) producono metano durante la digestione, un gas ad effetto serra molto più potente della CO2.
- Produzione di mangimi – coltivare mais, soia o altre colture intensive richiede fertilizzanti, irrigazione ed energia.
Nei prodotti lattiero-caseari la situazione non è molto diversa: un kg di formaggio può raggiungere 21 kg di CO2 equivalente per via delle emissioni legate alla produzione del latte e alla trasformazione.
Tuttavia, ci sono miglioramenti tecnologici in atto: agricoltura di precisione per ottimizzare fertilizzanti, gestione avanzata dei reflui negli allevamenti per ridurre metano e protossido d’azoto, e sistemi di alimentazione alternativi per bovini che diminuiscono l’entità delle emissioni enteriche. Queste strategie, se adottate su larga scala, possono ridurre significativamente il contributo del settore zootecnico alle emissioni totali.


Coltivazioni e filiere dei vegetali: il lato leggero del carbonio
Rispetto alla zootecnia, i vegetali e i legumi brillano per la loro bassa impronta carbonica. Secondo dati consolidati, alimenti come piselli, lenticchie, frutta e verdura emettono tipicamente meno di 1 – 2 kg di CO2 equivalente per kg di prodotto.
Più nel dettaglio:
- Piselli e legumi secchi spesso scendono sotto i 1 kg di CO2e/kg.
- Ortaggi freschi e frutta stagionale possono trovarsi persino sotto i 0,5 kg CO2e/kg, variando in base alla modalità di coltivazione (in serra vs in campo).
Le filiere industriali di prodotti vegetali, soprattutto quelle moderne, stanno implementando innovazioni come:
- irrigazione a precisione e controllo dati per ridurre input energetici e idrici;
- ottimizzazione dei trasporti e della logistica per contenere le emissioni lungo la supply chain;
- packaging sostenibile con materiali riciclabili per tagliare ulteriormente i gas serra indiretti.

Serre vs campo aperto: CO2
Un esempio significativo riguarda la produzione di pomodori in serra: mentre la coltivazione in campo aperto può risultare molto bassa in termini di CO2, l’uso di serre riscaldate può aumentare drasticamente l’impronta carbonica — fino a 70 volte di più secondo simulazioni di LCA.

Distribuzione e retail: il ruolo spesso sottovalutato
Molti consumatori credono che i “chilometri percorsi” per trasportare i cibo siano il cuore dell’impatto climatico di un alimento, ma in realtà il trasporto rappresenta una piccola percentuale delle emissioni totali di un prodotto alimentare — tipicamente intorno al 5-6 % del totale.
Questa cifra diminuisce ulteriormente se si considera che:
- gran parte del trasporto avviene via nave, che è meno intensivo in termini di CO2 rispetto al trasporto su camion o aereo;
- molte emissioni si generano prima del trasporto stesso, in stadi come il fertilizzante, la coltivazione o la trasformazione industriale.
Tuttavia, la logistica avanzata può comunque giocare un ruolo chiave nella mitigazione:
- ottimizzazione dei percorsi di distribuzione con software AI;
- consolidamento delle consegne per ridurre viaggi a vuoto;
- uso di veicoli a basse emissioni nei trasporti “ultimo miglio” urbano.
Innovazioni e filiere alternative: quali scenari per il futuro
Per affrontare la crisi climatica, molte filiere alimentari stanno investendo in tecnologie verdi e alternative produttive. Tra le principali tendenze emergenti troviamo:
- altre fonti proteiche come legumi ad alta resa, proteine vegetali isolate e prodotti a base di piante che possono sostituire parte della domanda di carne;
- agricoltura rigenerativa che mira a catturare carbonio nel suolo migliorando al contempo fertilità e biodiversità;
- biocarburanti e energie rinnovabili nelle filiere di trasformazione e conservazione.
I dati mostrano che un cambiamento dietetico verso più alimenti vegetali può diminuire drasticamente le emissioni familiari: ad esempio, sostituire un pasto a base di carne con un piatto di legumi e cereali può risparmiare decine di kg di CO2 all’anno.
Oltre alle scelte individuali, è fondamentale che governi e imprese implementino politiche di sostegno per tecnologie pulite, trasparenza nelle etichettature delle emissioni, e investimenti in infrastrutture agricole a basso impatto.




