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Microplastiche nei mari: il segnale nascosto nelle “palle”

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  • INFO POINT
  • Di Redazione BoLab

Studio ENEA: oltre un terzo delle palle di Posidonia contiene plastica, rivelando l’impatto delle microplastiche nel Mediterraneo

Nel Mediterraneo, un indicatore naturale spesso trascurato sta rivelando in modo diretto la presenza crescente di microplastiche negli ecosistemi costieri. Le cosiddette “palle di mare”, o aegagropile di Posidonia oceanica, mostrano infatti livelli significativi di contaminazione plastica, secondo un nuovo studio condotto da  ENEA lungo la costa laziale.

L’analisi, pubblicata su rivista scientifica internazionale, ha preso in esame circa 1300 sfere raccolte in 13 siti costieri. I risultati indicano che oltre il 34% delle palle di Posidonia contiene frammenti plastici, per un totale di oltre 1400 particelle identificate nei campioni analizzati.

Tra i dati più rilevanti emerge la presenza diffusa di microplastiche inferiori a 5 millimetri, che rappresentano quasi la metà delle particelle trovate. Accanto a queste, sono state rilevate anche mesoplastiche e frammenti di dimensioni maggiori, confermando una contaminazione eterogenea e diffusa nel sistema costiero.

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La composizione dei materiali individuati evidenzia una netta prevalenza di fibre sintetiche, in particolare nylon e PET, spesso associati al lavaggio domestico dei tessuti e al rilascio attraverso le acque reflue. La correlazione più significativa individuata dai ricercatori riguarda infatti la maggiore concentrazione di microfibre in prossimità degli impianti di depurazione, che non riescono a trattenere completamente queste particelle prima dello scarico in mare.

Le palle di mare si formano naturalmente quando i residui fibrosi della Posidonia vengono modellati dal moto ondoso sul fondale. Durante questo processo, agiscono come “trappole naturali”, intrappolando detriti e materiali presenti nei sedimenti marini. Questa caratteristica le rende un indicatore ambientale particolarmente efficace per monitorare la presenza di inquinanti plastici senza ricorrere a campionamenti invasivi.

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Dal punto di vista metodologico, lo studio ha utilizzato analisi microscopiche e spettroscopiche per identificare tipologia e stato di degradazione dei polimeri, evidenziando che molte particelle derivano dalla frammentazione di plastiche più grandi già presenti nell’ambiente marino.

Il quadro che emerge conferma il ruolo sempre più centrale delle microplastiche come contaminante diffuso e persistente nei sistemi costieri. Le praterie di Posidonia oceanica, già fondamentali per la stabilità dei fondali e il sequestro del carbonio, diventano così anche un sensore naturale dello stato di salute del Mediterraneo, restituendo un segnale diretto dell’impatto antropico sugli ecosistemi marini.