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Il salmone cambia casa: la rivoluzione parte dalla terra

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  • Di Redazione BoLab

La Norvegia accelera sull'acquacoltura a ricircolo: meno antibiotici, più controllo e un nuovo modello per l'allevamento sostenibile

L'acquacoltura del futuro potrebbe non avere più come scenario principale i fiordi, ma impianti ad alta tecnologia costruiti sulla terraferma. È la direzione intrapresa dalla Norvegia, primo produttore mondiale di salmone d'allevamento, che sta sperimentando nuovi sistemi produttivi in grado di riprodurre artificialmente le condizioni dell'ambiente marino, riducendo al tempo stesso l'impatto ambientale e migliorando il controllo sanitario degli allevamenti.

Tra gli esempi più avanzati figura Salmon Evolution, sull'isola di Indre Harøy, nella costa occidentale norvegese, dove un impianto basato su sistemi di ricircolo e continuo rinnovo dell'acqua marina ospita oggi quasi due milioni di salmoni distribuiti in 24 grandi vasche. Il principio è quello del land-based farming, un modello che utilizza impianti chiusi per ricreare le condizioni fisiche e chimiche dell'oceano, controllando costantemente temperatura, ossigenazione, correnti e qualità dell'acqua. Secondo il Norwegian Seafood Council, questa tecnologia rappresenta una delle soluzioni più promettenti per rendere l'acquacoltura più sostenibile e resiliente.

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Il sistema consente di limitare l'interazione tra pesci allevati e ambiente esterno, riducendo il rischio di contaminazione, la diffusione di patogeni e la presenza del pidocchio di mare (Lepeophtheirus salmonis), uno dei principali problemi dell'allevamento del salmone. L'elevato livello di controllo ha contribuito anche a un altro risultato significativo: nel 2024 il 99% dei salmoni allevati in Norvegia è cresciuto senza alcun trattamento antibiotico, un dato che testimonia il profondo cambiamento delle strategie sanitarie del comparto.

L'allevamento a terra rappresenta però solo una delle direttrici di innovazione. La Norvegia sta investendo anche nelle piattaforme offshore, installate in mare aperto e progettate per operare in acque profonde e maggiormente ossigenate. Spostando gli impianti lontano dalla costa si punta a diminuire la concentrazione dei parassiti, migliorare il benessere animale e distribuire l'attività produttiva su aree più estese. Parallelamente si stanno diffondendo i sistemi di deep farming, che mantengono le gabbie sommerse al di sotto degli strati superficiali dell'acqua, riducendo ulteriormente il contatto con i parassiti presenti nelle acque costiere.

La ricerca di nuovi modelli nasce dalla necessità di coniugare crescita produttiva e sostenibilità. Secondo la  FAO, l'acquacoltura è oggi il comparto alimentare con il più rapido tasso di sviluppo a livello mondiale e fornisce ormai oltre la metà del pesce destinato al consumo umano. L'espansione del settore richiede però tecnologie capaci di limitare il consumo di risorse naturali, ridurre gli impatti sugli ecosistemi marini e garantire standard sempre più elevati di biosicurezza.

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Le soluzioni adottate in Norvegia puntano proprio in questa direzione. I sistemi a ricircolo permettono infatti di recuperare gran parte dell'acqua utilizzata, filtrandola e reintroducendola nel ciclo produttivo dopo trattamenti meccanici e biologici. Ciò consente di contenere i prelievi idrici, ridurre gli scarichi e monitorare in tempo reale parametri fondamentali per la crescita dei pesci. L'automazione, i sensori e gli algoritmi di controllo stanno inoltre trasformando questi impianti in vere piattaforme digitali, capaci di ottimizzare alimentazione, consumi energetici e benessere animale.

L'innovazione norvegese rappresenta un punto di riferimento anche per altri Paesi europei, Italia compresa. Il comparto ittico nazionale, infatti, continua a dipendere in larga misura dalle importazioni: secondo i dati presentati dall'Associazione Piscicoltori Italiani, oltre l'80% del pesce consumato nel nostro Paese proviene dall'estero, mentre lo sviluppo dell'acquacoltura è frenato anche dal limitato numero di concessioni disponibili per gli allevamenti in mare.

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Naturalmente, gli allevamenti a terra non sono privi di criticità. Gli investimenti iniziali risultano elevati e il funzionamento degli impianti richiede una notevole disponibilità di energia per alimentare sistemi di pompaggio, filtrazione e controllo ambientale. Proprio per questo la ricerca sta lavorando su impianti sempre più efficienti dal punto di vista energetico e sull'integrazione con fonti rinnovabili, così da ridurre anche l'impronta carbonica dell'intero ciclo produttivo.

L'esperienza norvegese dimostra comunque come l'acquacoltura stia entrando in una nuova fase, nella quale sostenibilità, innovazione tecnologica e sicurezza alimentare diventano elementi sempre più strettamente connessi. Se i risultati ottenuti saranno confermati anche su larga scala, gli impianti a terra potrebbero contribuire a ridefinire gli standard produttivi di uno dei comparti alimentari più importanti per soddisfare la crescente domanda mondiale di proteine ittiche.