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Milioni di ostriche per salvare i fondali europei

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  • INFO POINT
  • Di Redazione BoLab

Filtrano l’acqua, ospitano biodiversità e combattono l’erosione: la rinascita dei mari passa da questi molluschi

Per decenni sono state considerate soprattutto una risorsa alimentare. Oggi, invece, le ostriche stanno tornando al centro dell’attenzione della comunità scientifica come uno degli strumenti più efficaci per il ripristino degli ecosistemi marini degradati. In Europa, dove molte delle antiche barriere di ostriche sono scomparse a causa della pesca intensiva, dell’inquinamento e della distruzione degli habitat, stanno prendendo forma progetti sempre più ambiziosi per reintrodurre milioni di esemplari nei fondali costieri e favorire la ricostruzione di veri e propri ecosistemi sommersi.

Il motivo è semplice: le ostriche non sono soltanto molluschi. Sono considerate dagli ecologi una “specie ingegnera”, capace di modificare l’ambiente circostante e creare condizioni favorevoli per numerose altre forme di vita. Una singola ostrica adulta può filtrare fino a circa 200 litri di acqua al giorno, trattenendo particelle in sospensione, nutrienti in eccesso e parte degli inquinanti presenti nella colonna d’acqua. Questo processo contribuisce a migliorare la trasparenza delle acque e a favorire lo sviluppo di habitat fondamentali come praterie marine e comunità bentoniche.

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Secondo diverse ricostruzioni storiche, fino al XIX secolo vaste aree del Mare del Nord, della Manica e del Mediterraneo ospitavano estese barriere naturali di ostriche. Alcuni studi recenti hanno stimato che le scogliere di ostriche europee occupassero complessivamente circa 1,7 milioni di ettari, un’area superiore a quella dell’Irlanda del Nord. Oggi gran parte di questi ecosistemi è considerata funzionalmente scomparsa.

Per invertire questa tendenza sono stati avviati numerosi programmi di restauro ecologico. Nei Paesi Bassi sono già stati reintrodotti milioni di esemplari nei fondali del Mare del Nord, mentre nel Regno Unito progetti attivi lungo le coste del Norfolk, dell’estuario Humber, della Scozia e dell’Irlanda stanno cercando di ricostruire popolazioni autosufficienti di ostrica piatta europea (Ostrea edulis). In alcuni casi i tassi di sopravvivenza registrati nei primi anni di monitoraggio hanno superato l’80%, un risultato considerato incoraggiante dagli esperti.

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I benefici non riguardano soltanto la qualità delle acque. Le barriere di ostriche creano strutture tridimensionali che offrono rifugio e aree di alimentazione per pesci, crostacei e invertebrati. Inoltre contribuiscono a ridurre l’erosione costiera attenuando l’energia delle onde e favorendo la stabilizzazione dei sedimenti. Alcuni studi di restauro ecologico hanno evidenziato come le nuove scogliere possano fornire rapidamente servizi ecosistemici quali filtrazione dell’acqua, protezione delle coste e incremento della biodiversità marina.

Le tecniche utilizzate sono sempre più sofisticate. In diversi progetti europei vengono impiegate strutture biodegradabili in argilla, gusci riciclati oppure moduli artificiali progettati per favorire l’attecchimento delle giovani ostriche. L’obiettivo è creare le condizioni affinché le colonie possano riprodursi autonomamente e generare nuove barriere naturali senza ulteriori interventi umani.

La sfida, tuttavia, resta enorme. Perché un ecosistema di ostriche possa funzionare efficacemente non bastano migliaia di individui: servono milioni di esemplari distribuiti su ampie superfici e protetti da pesca, dragaggi e altre pressioni antropiche. Gli esperti sottolineano inoltre che il successo dei progetti dipende dalla qualità delle acque, dalla disponibilità di habitat idonei e da un monitoraggio scientifico costante.