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Gli allevamenti padani emettono 12 milioni di tonnellate di gas serra

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  • Di Redazione BoLab

La zootecnia intensiva della Pianura Padana pesa sul clima: metano e ammoniaca sotto accusa in Europa

Gli allevamenti intensivi della Pianura Padana producono ogni anno circa 12 milioni di tonnellate di gas serra. Un dato che riporta al centro del dibattito ambientale il peso climatico della zootecnia intensiva nel bacino agricolo più produttivo d’Italia, già considerato una delle aree europee più critiche per qualità dell’aria e concentrazione di emissioni atmosferiche.

A rilanciare il tema è stata un report di Greenpeace, che evidenzia il forte contributo degli allevamenti bovini e suinicoli alle emissioni climalteranti del Nord Italia. Il problema riguarda soprattutto il metano prodotto dalla digestione enterica dei bovini e la gestione dei reflui zootecnici, oltre alle emissioni di ammoniaca che contribuiscono alla formazione del particolato secondario.

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La Pianura Padana ospita infatti una delle più alte concentrazioni europee di allevamenti intensivi. Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte rappresentano il cuore della zootecnia italiana, con migliaia di aziende agricole specializzate nella produzione lattiero-casearia e nella filiera suinicola.

Secondo ISPRA, il settore agricolo contribuisce in modo significativo alle emissioni nazionali di metano e protossido di azoto, due gas serra con un potenziale climalterante molto superiore alla CO2. In particolare il metano derivante dagli allevamenti rappresenta una delle principali fonti emissive del comparto agricolo europeo.

Il tema non riguarda soltanto il clima globale, ma anche la qualità dell’aria locale. Le emissioni di ammoniaca provenienti dagli allevamenti reagiscono infatti in atmosfera con altri inquinanti formando PM2.5 secondario, una delle componenti più problematiche dello smog padano. Diversi studi scientifici hanno evidenziato come agricoltura intensiva e zootecnia abbiano un ruolo importante nell’inquinamento atmosferico della Pianura Padana, area che per conformazione geografica tende già ad accumulare inquinanti.

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Negli ultimi anni l’Unione Europea ha aumentato la pressione sul settore agricolo per ridurre emissioni e impatti ambientali. Strategie come il Green Deal europeo e il piano “Farm to Fork” prevedono maggiore sostenibilità nelle produzioni agroalimentari, riduzione delle emissioni agricole e miglioramento della gestione dei nutrienti.

Parallelamente stanno emergendo tecnologie e pratiche innovative per mitigare l’impatto della zootecnia intensiva. Tra queste ci sono sistemi di digestione anaerobica per la produzione di biogas e biometano dai reflui zootecnici, coperture delle vasche di stoccaggio per limitare emissioni di ammoniaca, additivi alimentari in grado di ridurre la produzione enterica di metano e tecniche avanzate di agricoltura di precisione.

In Italia alcuni progetti pilota stanno sperimentando proprio l’integrazione tra allevamenti e produzione energetica rinnovabile. Il biometano agricolo viene considerato una delle possibili leve per ridurre parte delle emissioni del comparto, valorizzando reflui e sottoprodotti zootecnici. Tuttavia diversi esperti sottolineano che le sole innovazioni tecnologiche potrebbero non essere sufficienti senza una revisione complessiva dei modelli produttivi e dei consumi alimentari.

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Il dibattito resta particolarmente delicato perché coinvolge uno dei settori economicamente più importanti dell’agroalimentare italiano. La Pianura Padana produce infatti una quota rilevante di latte, formaggi DOP e carne destinata sia al mercato interno sia all’export.

La sfida dei prossimi anni sarà quindi trovare un equilibrio tra competitività agricola, sicurezza alimentare e riduzione degli impatti ambientali. Una transizione complessa che richiederà investimenti tecnologici, nuove pratiche gestionali e politiche europee capaci di accompagnare il settore verso modelli produttivi meno emissivi.