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Agricoltura rigenerativa, rivoluzione verde o falsa promessa?

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Dalla salute del suolo al sequestro del carbonio: cosa dimostrano davvero gli studi scientifici sulle pratiche che stanno cambiando l'agricoltura

Negli ultimi anni l'agricoltura rigenerativa è diventata uno dei temi più discussi nel dibattito sulla sostenibilità. Organizzazioni internazionali, aziende agroalimentari, centri di ricerca e istituzioni la indicano come uno degli strumenti più promettenti per affrontare contemporaneamente cambiamenti climatici, perdita di biodiversità, degrado dei terreni e sicurezza alimentare. Ma dietro un termine sempre più utilizzato esiste una domanda fondamentale: cosa dice realmente la scienza?

Secondo la  FAO , oltre un terzo dei suoli mondiali presenta forme più o meno gravi di degradazione, mentre l' IPCC sottolinea come la gestione del terreno rappresenti uno dei principali fattori in grado di influenzare sia le emissioni sia la capacità degli ecosistemi di immagazzinare carbonio. In Europa, inoltre, la Commissione europea stima che tra il 60 e il 70% dei suoli sia in condizioni non ottimali. È in questo contesto che l'agricoltura rigenerativa propone un cambio di paradigma: non limitarsi a ridurre gli impatti ambientali dell'attività agricola, ma migliorare progressivamente la qualità del terreno, aumentando fertilità, biodiversità e resilienza degli ecosistemi.

La comunità scientifica, tuttavia, invita a evitare facili entusiasmi. Molti benefici sono ormai ampiamente documentati, altri dipendono dalle condizioni climatiche, dal tipo di coltura e dalle pratiche adottate. Più che una tecnica agricola, l'agricoltura rigenerativa rappresenta infatti un insieme di strategie che devono essere adattate ai singoli territori. Comprendere dove funziona, quali risultati produce e quali limiti presenta è oggi fondamentale per valutarne il reale contributo alla transizione ecologica.

Photo credits © MPA SRL

Cos'è davvero l'agricoltura rigenerativa

Non esiste una definizione univoca di agricoltura rigenerativa. A differenza dell'agricoltura biologica, disciplinata da uno specifico regolamento europeo, si tratta di un approccio gestionale che riunisce diverse pratiche accomunate da un obiettivo: migliorare nel tempo la salute del suolo anziché limitarne il degrado.

Le tecniche più diffuse comprendono la riduzione delle lavorazioni profonde, le rotazioni colturali, l'impiego di colture di copertura (cover crops), l'aumento della sostanza organica, l'utilizzo di compost e ammendanti naturali, l'integrazione tra agricoltura e allevamento, la riduzione dell'uso di fertilizzanti chimici e una maggiore diversificazione delle coltivazioni. In molti casi trovano spazio anche elementi tipici dell'agroforestazione, come filari alberati o siepi permanenti, capaci di aumentare la biodiversità e migliorare il microclima aziendale.

Il principio scientifico è relativamente semplice. Il suolo non rappresenta soltanto un supporto fisico per le piante, ma un ecosistema estremamente complesso popolato da miliardi di batteri, funghi, insetti e microrganismi che regolano i cicli del carbonio, dell'azoto e dei nutrienti. Lavorazioni intensive, erosione e uso eccessivo di input chimici possono alterarne l'equilibrio, riducendo progressivamente fertilità e capacità di trattenere acqua.

Le pratiche rigenerative cercano invece di mantenere il terreno il più possibile coperto e vivo durante tutto l'anno. Le radici delle colture di copertura alimentano infatti la microflora del suolo anche nei periodi in cui il terreno non produce raccolti commerciali, mentre la riduzione delle lavorazioni limita l'ossidazione della sostanza organica e preserva la struttura del terreno.

Questo approccio si distingue sia dall'agricoltura convenzionale sia da quella biologica. Un'azienda biologica può infatti effettuare lavorazioni profonde o lasciare il terreno nudo per lunghi periodi, mentre un'azienda convenzionale può adottare tecniche rigenerative pur utilizzando fertilizzanti minerali in misura controllata. Più che le certificazioni, quindi, conta l'insieme delle pratiche messe in campo e la loro capacità di migliorare progressivamente gli indicatori di qualità del suolo.

La diffusione dell'agricoltura rigenerativa nelle filiere agroalimentari

Negli ultimi anni anche numerose multinazionali del settore alimentare hanno avviato programmi dedicati all'agricoltura rigenerativa nelle proprie filiere, sostenendo economicamente gli agricoltori durante la fase di transizione. Una diffusione che testimonia il crescente interesse verso questo modello, ma che ha anche alimentato il rischio di un utilizzo eccessivamente generico del termine, spesso impiegato a fini di marketing senza criteri condivisi.

Cosa dimostrano gli studi sulla fertilità del terreno

Tra gli aspetti meglio documentati dalla letteratura scientifica c'è il miglioramento delle caratteristiche fisiche e biologiche del suolo. Numerosi studi condotti dal  Rodale Institute , dalla  Wageningen University , dal  Joint Research Centre della Commissione europea, dal  CREA e dal centro britannico  Rothamsted Research evidenziano che l'applicazione continuativa delle pratiche rigenerative aumenta il contenuto di sostanza organica, migliora la struttura del terreno e favorisce una maggiore attività biologica.

Uno dei parametri più significativi è proprio la quantità di carbonio organico presente nel suolo. L'accumulo di residui vegetali e la riduzione delle lavorazioni permettono infatti di incrementare progressivamente la materia organica, migliorando la stabilità degli aggregati del terreno e aumentando la capacità di trattenere acqua. Questo effetto risulta particolarmente importante nelle aree mediterranee, dove le estati sempre più calde e siccitose rendono essenziale limitare l'evaporazione e conservare l'umidità disponibile per le colture. 

Le ricerche mostrano inoltre un incremento della biodiversità del suolo. Batteri, funghi micorrizici, lombrichi e numerosi altri organismi trovano condizioni più favorevoli in terreni meno disturbati dalle lavorazioni meccaniche. La maggiore attività biologica accelera il riciclo dei nutrienti e contribuisce a rendere il sistema agricolo più resiliente agli stress ambientali.

Anche l'erosione rappresenta uno degli aspetti sui quali le evidenze sono ormai consolidate. I terreni mantenuti costantemente coperti da vegetazione o residui colturali risultano significativamente meno esposti all'azione della pioggia e del vento rispetto ai campi lasciati nudi dopo il raccolto. In Europa, dove ogni anno milioni di tonnellate di suolo fertile vengono perse per erosione, questo beneficio assume un valore strategico sia dal punto di vista produttivo sia da quello ambientale.

Più complesso è invece il rapporto con le rese agricole. Le meta-analisi pubblicate negli ultimi anni indicano che durante la fase iniziale di transizione possono verificarsi riduzioni della produttività, soprattutto nelle aziende che abbandonano sistemi intensivi consolidati. Nel medio-lungo periodo, tuttavia, molti studi mostrano una progressiva stabilizzazione delle rese, accompagnata da una maggiore capacità delle colture di resistere agli eventi climatici estremi, in particolare siccità e precipitazioni intense. 

È proprio questa resilienza uno degli elementi che sta attirando l'attenzione della ricerca internazionale. In un clima destinato a diventare sempre più instabile, la capacità di mantenere produzioni costanti potrebbe rivelarsi importante quanto il raggiungimento delle rese massime registrate negli anni favorevoli.

Carbonio, acqua e biodiversità: i benefici misurati

Uno degli argomenti più citati a favore dell'agricoltura rigenerativa riguarda la sua capacità di contribuire alla mitigazione dei cambiamenti climatici attraverso il sequestro del carbonio nel suolo. Si tratta di un aspetto reale, ma che la comunità scientifica invita a valutare con attenzione. Secondo l'IPCC, aumentare il contenuto di carbonio organico dei terreni agricoli rappresenta una delle strategie disponibili per ridurre la concentrazione di CO2 in atmosfera, ma il potenziale varia notevolmente in funzione del clima, della tipologia di suolo e delle pratiche adottate.

Le colture di copertura, l'apporto di sostanza organica e la riduzione delle lavorazioni favoriscono infatti l'accumulo di carbonio, soprattutto nei primi anni di applicazione. Tuttavia, il processo non è infinito: una volta raggiunto un nuovo equilibrio biologico, la capacità del terreno di immagazzinare ulteriore carbonio diminuisce progressivamente. È per questo che gli studiosi preferiscono parlare di un importante contributo alla mitigazione climatica piuttosto che di una soluzione definitiva alle emissioni del settore agricolo.

Gli effetti sulla gestione dell'acqua risultano invece tra i più consolidati. Diversi studi pubblicati su Nature Sustainability, Agricultural Systems e Soil & Tillage Research mostrano come un terreno ricco di sostanza organica possa trattenere una quantità significativamente maggiore di acqua rispetto a un suolo impoverito. Questo significa una migliore disponibilità idrica durante i periodi siccitosi e una minore vulnerabilità delle colture agli eventi estremi, sempre più frequenti anche in Italia.

Anche la biodiversità trae beneficio da questo approccio. Siepi, fasce tampone, rotazioni più articolate e una minore pressione chimica favoriscono il ritorno di insetti impollinatori, uccelli e numerosi organismi utili al controllo naturale dei parassiti. Secondo il Joint Research Centre della Commissione europea, la diversificazione degli habitat agricoli rappresenta uno degli strumenti più efficaci per contrastare il declino della biodiversità nelle campagne europee, senza necessariamente compromettere la produttività delle aziende.

L'insieme di questi benefici spiega perché la Politica Agricola Comune 2023-2027 e la Strategia europea per il suolo promuovano pratiche riconducibili all'agricoltura rigenerativa, pur senza definirla come un modello agricolo autonomo. L'obiettivo comunitario è favorire sistemi produttivi capaci di migliorare contemporaneamente la qualità del suolo, l'efficienza nell'uso delle risorse e la resilienza climatica.

Dall'Italia agli Stati Uniti: i casi che fanno scuola

L'agricoltura rigenerativa non è più soltanto un tema di ricerca, ma una realtà che coinvolge migliaia di aziende agricole in tutto il mondo. Negli Stati Uniti il  Rodale Institute conduce sperimentazioni da oltre quarant'anni, confrontando sistemi convenzionali e pratiche rigenerative su colture come mais, soia e cereali. I risultati evidenziano che, dopo il periodo iniziale di adattamento, i sistemi rigenerativi riescono a mantenere rese comparabili nelle annate normali e mostrano prestazioni migliori durante le stagioni caratterizzate da forte siccità, grazie a una maggiore capacità del terreno di conservare l'umidità.

Anche nei Paesi Bassi la  Wageningen University & Research , uno dei principali centri europei di ricerca agronomica, sta sviluppando numerosi progetti dedicati all'agricoltura circolare e rigenerativa. Le sperimentazioni dimostrano come l'integrazione tra colture, allevamenti, coperture vegetali permanenti e riduzione delle lavorazioni possa migliorare l'efficienza complessiva dell'azienda agricola, limitando contemporaneamente le perdite di nutrienti verso le acque superficiali.

In Italia il tema è seguito da  CREA ,  CNR , università e numerose aziende sperimentali distribuite lungo tutta la penisola. Diverse realtà cerealicole dell'Emilia-Romagna, della Toscana e del Veneto stanno introducendo semina su sodo, cover crops e rotazioni più articolate, mentre nelle filiere vitivinicole cresce l'impiego di inerbimenti permanenti tra i filari per limitare l'erosione e migliorare la biodiversità del suolo. Nel Mezzogiorno, dove la scarsità idrica rappresenta una criticità crescente, alcune aziende olivicole e orticole stanno sperimentando sistemi rigenerativi per aumentare la capacità dei terreni di trattenere acqua durante le estati sempre più calde.

Anche il settore agroalimentare guarda con crescente interesse a questo approccio. Diverse grandi aziende internazionali hanno avviato programmi dedicati alla transizione rigenerativa delle proprie filiere, finanziando attività di formazione, monitoraggio e assistenza tecnica agli agricoltori. L'obiettivo è ridurre l'impronta ambientale delle produzioni agricole, ma anche rendere più resilienti le catene di approvvigionamento rispetto agli effetti del cambiamento climatico.

Nonostante questi esempi, gli stessi ricercatori sottolineano che non esiste un modello valido per ogni contesto. Le pratiche devono essere adattate alle caratteristiche pedologiche, climatiche ed economiche di ciascun territorio. Una tecnica efficace nella Pianura Padana potrebbe infatti produrre risultati differenti in un'azienda mediterranea o in un ambiente montano, rendendo indispensabile un approccio basato su dati scientifici e monitoraggi di lungo periodo.

Tra entusiasmo e realtà: cosa non è ancora dimostrato

Il crescente interesse per l'agricoltura rigenerativa ha inevitabilmente generato anche aspettative molto elevate. Negli ultimi anni questa espressione è stata utilizzata per descrivere soluzioni capaci, almeno sulla carta, di aumentare la produttività, eliminare quasi completamente l'impiego di prodotti chimici, sequestrare grandi quantità di anidride carbonica e invertire il degrado ambientale. La letteratura scientifica invita però a distinguere con attenzione tra i risultati ormai consolidati e gli aspetti che richiedono ancora ulteriori conferme.

Uno dei temi più dibattuti riguarda proprio il carbon farming, ovvero la possibilità di remunerare gli agricoltori per il carbonio immagazzinato nei terreni. La Commissione europea ha avviato un quadro di certificazione volontaria per le rimozioni di carbonio (Carbon Removal Certification Framework), riconoscendo il potenziale delle pratiche agricole nella mitigazione climatica. Tuttavia, la misurazione del carbonio sequestrato rimane complessa. I quantitativi accumulati variano infatti in funzione del clima, della tessitura del terreno, della gestione agronomica e perfino dell'andamento meteorologico annuale. Inoltre, il carbonio può essere nuovamente rilasciato in atmosfera se le pratiche rigenerative vengono interrotte o se eventi estremi, come incendi o alluvioni, alterano profondamente il suolo.

Anche sul fronte delle rese produttive non esiste una risposta valida per tutte le colture. Le meta-analisi pubblicate su Nature, Science e Global Change Biology mostrano risultati differenti a seconda dei contesti. Nei primi anni di transizione è frequente osservare una diminuzione della produzione, dovuta al tempo necessario affinché il terreno recuperi equilibrio biologico. Successivamente molte aziende riescono a raggiungere livelli produttivi comparabili ai sistemi convenzionali, ma non sempre questo accade e non per tutte le coltivazioni. Cereali, orticole, vigneti e frutteti rispondono infatti in modo diverso alle pratiche rigenerative.

Esiste poi un'importante questione economica. Ridurre le lavorazioni, introdurre nuove rotazioni o colture di copertura richiede investimenti, formazione tecnica e una diversa organizzazione aziendale. Gli effetti positivi sul terreno si manifestano spesso nell'arco di diversi anni, mentre gli agricoltori devono affrontare i costi già durante la fase iniziale della transizione. È per questo motivo che molti esperti ritengono fondamentali strumenti di sostegno pubblico, consulenza tecnica e incentivi capaci di accompagnare il cambiamento senza scaricarne interamente il rischio sulle imprese agricole. 

Photo credits ©contoterzisti

Infine, permane una criticità legata alla definizione stessa di agricoltura rigenerativa. In assenza di uno standard internazionale condiviso, aziende e operatori possono utilizzare questa espressione per indicare pratiche molto diverse tra loro. Per evitare fenomeni di greenwashing, il mondo scientifico sottolinea la necessità di valutare i risultati attraverso indicatori oggettivi, come il contenuto di sostanza organica, la biodiversità del suolo, la riduzione dell'erosione, l'efficienza nell'uso dell'acqua e il bilancio complessivo delle emissioni.

Aurelio Coppi

Esperto di architettura e urbanistica, saltuariamente scrivo anche di architettura e cantiere