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Lupo, orso e sciacallo: i grandi carnivori sono tornati

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Dopo decenni di assenza, i grandi predatori stanno riconquistando l'Italia. Cosa dice la scienza su biodiversità, rischi e convivenza

Per buona parte del Novecento sembrava un processo irreversibile. Il lupo era confinato a poche aree dell'Appennino centrale, l'orso bruno sopravviveva con numeri esigui sulle Alpi e nel Parco Nazionale d'Abruzzo, mentre lo sciacallo dorato era completamente assente dalla fauna italiana. Oggi lo scenario è radicalmente cambiato. Grazie alle politiche di tutela introdotte dagli anni Settanta, all'abbandono di molte aree montane, alla naturale ricolonizzazione degli habitat e a una maggiore disponibilità di prede selvatiche, i grandi carnivori stanno vivendo una delle più importanti espansioni registrate in Europa negli ultimi decenni.

Secondo l'ultimo monitoraggio nazionale coordinato da  ISPRA nell'ambito del progetto  LIFE WolfAlps EU, in Italia vivono circa 3.300 lupi, distribuiti lungo tutta la dorsale appenninica e ormai stabilmente presenti anche sull'intero arco alpino. Parallelamente, l'orso bruno continua ad aumentare soprattutto nelle Alpi centro-orientali, mentre lo sciacallo dorato, specie tipica dell'Europa balcanica, ha avviato una rapida colonizzazione del Nord-Est italiano, espandendosi progressivamente verso nuove aree. Si tratta di un ritorno che rappresenta uno dei maggiori successi della conservazione europea, ma che porta con sé nuove sfide nella gestione del territorio, delle attività agricole e della sicurezza.

La presenza di grandi predatori è infatti indice di ecosistemi più completi e funzionali, ma richiede strumenti di convivenza sempre più sofisticati. La domanda non è più se questi animali debbano tornare: sono già tornati. La vera questione riguarda come gestire una coesistenza destinata a diventare strutturale nei prossimi decenni.

Il ritorno dei grandi carnivori è un fenomeno europeo

Quello osservato in Italia non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi trent'anni praticamente tutte le popolazioni europee di grandi carnivori hanno registrato una crescita significativa. Secondo la  Large Carnivore Initiative for Europe (LCIE) e la  Commissione Europea, oggi nel continente vivono oltre 20.000 lupi, circa 17.000 orsi bruni, migliaia di linci euroasiatiche e una popolazione di ghiottoni in lenta espansione nelle regioni nordiche.

Il fenomeno è il risultato di diversi fattori che hanno agito contemporaneamente. La Direttiva Habitat del 1992 ha garantito un quadro normativo di protezione comune agli Stati membri, mentre la riduzione della persecuzione diretta e il recupero delle foreste hanno restituito agli animali spazi sempre più estesi. Parallelamente, l'aumento delle popolazioni di ungulati selvatici – cervi, caprioli, cinghiali e daini – ha ricostruito una base alimentare sufficiente a sostenere il ritorno dei grandi predatori.

L'Italia rappresenta uno degli esempi più significativi di questo processo. Negli anni Settanta il lupo italiano era ridotto a poco più di un centinaio di individui distribuiti tra Abruzzo, Molise e Calabria. La caccia sistematica, le campagne di eradicazione e la frammentazione degli habitat avevano quasi portato la specie all'estinzione. L'introduzione delle prime tutele legislative, insieme alla nascita di nuovi parchi nazionali e regionali, ha invertito gradualmente la tendenza.

Negli ultimi vent'anni la ricolonizzazione ha interessato progressivamente tutta la penisola. I branchi hanno raggiunto dapprima le Alpi occidentali, per poi espandersi verso quelle centrali e orientali, ristabilendo il collegamento ecologico con le popolazioni provenienti dalla Francia, dalla Svizzera e dalla Slovenia. 

Un fenomeno che testimonia la straordinaria capacità dispersiva della specie: giovani lupi possono percorrere anche centinaia di chilometri alla ricerca di nuovi territori.

Il ritorno dei grandi carnivori è quindi uno degli indicatori più evidenti del recupero di molti ecosistemi europei. Tuttavia, il successo biologico non coincide automaticamente con quello sociale. La presenza di predatori in territori fortemente antropizzati rende indispensabile una gestione che tenga insieme conservazione della biodiversità, attività economiche e accettazione da parte delle comunità locali.

Il lupo: il predatore che ha riconquistato l'Italia

Tra tutti i grandi carnivori presenti nel nostro Paese, il lupo appenninico (Canis lupus italicus) rappresenta senza dubbio il simbolo più evidente della rinaturalizzazione degli ecosistemi italiani. I dati del primo censimento nazionale coordinato da ISPRA tra il 2020 e il 2021 stimano una popolazione di circa 3.300 esemplari, dei quali poco meno di un migliaio distribuiti lungo l'arco alpino e oltre duemila nell'Appennino. Numeri che collocano l'Italia tra i Paesi europei con la presenza più significativa della specie.

Il recupero del lupo è stato possibile grazie alla straordinaria adattabilità dell'animale. Sebbene venga comunemente associato agli ambienti montani più remoti, oggi il predatore frequenta anche colline, aree agricole, boschi periurbani e territori frammentati dall'attività umana. La sua dieta è composta prevalentemente da ungulati selvatici, in particolare cinghiali, caprioli e cervi, contribuendo indirettamente al controllo naturale di popolazioni che in molte aree italiane hanno raggiunto densità elevate.

Numerosi studi ecologici evidenziano come la presenza del lupo produca effetti positivi sull'intero ecosistema. Riducendo la pressione esercitata dagli erbivori sulla vegetazione, il predatore favorisce la rinnovazione forestale, aumenta la biodiversità vegetale e influenza il comportamento delle prede, generando quelli che gli ecologi definiscono "effetti a cascata". È un ruolo già documentato in diversi ecosistemi europei e nordamericani.

Non mancano però le criticità. Gli attacchi al bestiame continuano a rappresentare il principale motivo di conflitto con il mondo zootecnico, soprattutto dove gli allevamenti estensivi risultano privi di adeguate misure di prevenzione. Per questo i progetti LIFE coordinati da ISPRA e dalle Regioni promuovono da anni recinzioni elettrificate, cani da guardiania, sistemi di sorveglianza e indennizzi economici, strumenti che in molti territori hanno dimostrato di ridurre sensibilmente le predazioni.

Il dibattito è destinato ad assumere ulteriore rilievo anche a livello europeo. Nel 2025 l'Unione Europea ha avviato la revisione dello status di protezione del lupo nell'ambito della Convenzione di Berna, aprendo una discussione sulla possibilità di rendere più flessibili gli interventi di gestione. Una scelta che divide il mondo scientifico e quello politico, ma che conferma quanto il ritorno del lupo non rappresenti più soltanto una questione naturalistica: è diventato un tema centrale nella gestione del territorio europeo.

L'orso bruno tra conservazione e gestione del territorio

Se il lupo rappresenta il simbolo del ritorno dei grandi predatori, l'orso bruno (Ursus arctos) è probabilmente la specie che più di ogni altra ha alimentato il dibattito pubblico negli ultimi anni. In Italia sono presenti due popolazioni geneticamente distinte: l'orso bruno marsicano (Ursus arctos marsicanus), sottospecie endemica dell'Appennino centrale, e l'orso bruno alpino, la cui espansione è legata principalmente al progetto LIFE Ursus, avviato alla fine degli anni Novanta in Trentino con la reintroduzione di alcuni esemplari provenienti dalla Slovenia.

Oggi la popolazione alpina è stimata in circa 100 esemplari, concentrati prevalentemente in Trentino ma con individui che si spostano regolarmente verso Alto Adige, Veneto, Lombardia e, più recentemente, Friuli Venezia Giulia e Svizzera.

L'orso marsicano, invece, resta una delle popolazioni più rare al mondo, con circa 50-60 individui distribuiti soprattutto nel Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise e nelle aree limitrofe.

Dal punto di vista ecologico l'orso è una specie onnivora opportunista. Contrariamente all'immagine diffusa nell'immaginario collettivo, la sua dieta è composta in larga misura da vegetali, frutti, bacche, radici e insetti, mentre la componente animale rappresenta una quota minoritaria e comprende prevalentemente carcasse o piccoli vertebrati.
Questa alimentazione contribuisce alla dispersione dei semi e al riciclo della sostanza organica, rendendo l'orso una componente importante degli ecosistemi forestali.

L'aumento della popolazione alpina ha però reso più frequenti le interazioni con le attività umane. Danni agli alveari, predazioni di bestiame, incursioni nei frutteti e occasionali incontri con escursionisti hanno evidenziato la necessità di una gestione più strutturata della specie. Gli episodi verificatisi in Trentino negli ultimi anni, culminati con l'aggressione mortale di un escursionista nel 2023, hanno acceso un acceso confronto tra istituzioni, comunità locali e associazioni ambientaliste sulla gestione degli individui considerati problematici.

La comunità scientifica sottolinea tuttavia come gli attacchi all'uomo restino eventi estremamente rari nel panorama europeo. Secondo i dati raccolti dalla Large Carnivore Initiative for Europe (LCIE), nella maggior parte dei casi gli incidenti coinvolgono femmine con cuccioli o animali sorpresi a distanza ravvicinata. Per questo motivo la prevenzione continua a rappresentare lo strumento più efficace: campagne informative, corretta gestione dei rifiuti, recinzioni elettrificate e monitoraggio tramite radiocollari consentono di ridurre significativamente il rischio di conflitti.

Lo sciacallo dorato, il nuovo protagonista della fauna italiana

Molto meno conosciuto del lupo e dell'orso, lo sciacallo dorato (Canis aureus) rappresenta una delle più sorprendenti espansioni faunistiche registrate in Europa negli ultimi decenni. A differenza delle altre due specie, non si tratta di un animale reintrodotto né di una popolazione recuperata grazie a specifici programmi di conservazione. La sua presenza in Italia è il risultato di una naturale espansione geografica iniziata nei Balcani e proseguita verso l'Europa centrale e occidentale.

Le prime segnalazioni certe nel nostro Paese risalgono agli anni Ottanta nel Friuli Venezia Giulia. Da allora la specie ha progressivamente colonizzato Veneto, Trentino-Alto Adige e parte dell'Emilia-Romagna, con osservazioni sempre più frequenti anche in Lombardia, Piemonte e Toscana. Secondo ISPRA e numerosi studi pubblicati negli ultimi anni, l'espansione è tuttora in corso e potrebbe interessare nuove aree della penisola nei prossimi decenni.

Dal punto di vista ecologico, lo sciacallo occupa una nicchia diversa rispetto al lupo. Più piccolo e meno specializzato nella caccia agli ungulati, si nutre principalmente di piccoli mammiferi, roditori, uccelli, rettili, insetti, frutta e carcasse. Questa dieta estremamente flessibile gli permette di adattarsi facilmente a paesaggi agricoli, zone umide e ambienti periurbani, dove svolge anche un'importante funzione di rimozione della fauna morta.

La sua presenza viene spesso confusa con quella del lupo, ma le differenze sono sostanziali. Lo sciacallo pesa generalmente tra gli 8 e i 15 chilogrammi, vive in gruppi familiari molto più piccoli e manifesta una minore diffidenza nei confronti degli ambienti antropizzati. Nonostante ciò, i dati disponibili indicano che gli impatti sulle attività zootecniche risultano decisamente inferiori rispetto a quelli attribuiti al lupo.

La colonizzazione dello sciacallo rappresenta un esempio di come i cambiamenti ambientali e climatici possano modificare la distribuzione naturale delle specie senza interventi diretti dell'uomo. Per i ricercatori si tratta di un fenomeno particolarmente interessante perché consente di osservare in tempo reale i processi di espansione di un grande carnivoro in un continente fortemente antropizzato.

Convivere con i predatori: prevenzione prima dei conflitti

Il ritorno dei grandi carnivori pone una questione che va oltre la conservazione della biodiversità: come garantire una convivenza stabile tra fauna selvatica e attività umane. In Italia il problema riguarda soprattutto la zootecnia estensiva, diffusa nelle aree montane e collinari, dove greggi e mandrie pascolano per lunghi periodi in ambienti naturali frequentati da lupi e, in misura minore, da orsi.

L'esperienza maturata negli ultimi vent'anni dimostra che la prevenzione rappresenta lo strumento più efficace. I progetti europei LIFE WolfAlps EU, insieme ai programmi regionali coordinati da ISPRA, hanno evidenziato come l'impiego combinato di recinzioni elettrificate mobili, cani da guardiania – in particolare Pastore Maremmano-Abruzzese – ricoveri notturni e sorveglianza attiva possa ridurre in modo significativo il numero delle predazioni. In molte aziende agricole le perdite si sono abbattute di oltre l'80%, dimostrando che investire nella prevenzione è spesso più efficace rispetto agli interventi successivi ai danni.

Accanto alle misure fisiche, cresce anche il ricorso alla tecnologia. Le fototrappole consentono di monitorare gli spostamenti dei branchi senza disturbare gli animali, mentre i radiocollari GPS permettono ai ricercatori di ricostruire territori, corridoi ecologici e comportamenti. Ancora più innovativo è l'utilizzo del DNA ambientale (eDNA): analizzando tracce genetiche lasciate nell'acqua, nel terreno o sui peli raccolti sul territorio, gli studiosi possono identificare la presenza delle specie e persino stimarne la variabilità genetica senza ricorrere alla cattura degli animali.

Anche l'intelligenza artificiale sta entrando nel settore. Alcuni progetti sperimentali europei utilizzano algoritmi di riconoscimento automatico delle immagini provenienti dalle fototrappole per distinguere rapidamente lupi, orsi, sciacalli e altre specie, riducendo i tempi necessari all'analisi di milioni di fotografie. Sistemi analoghi vengono impiegati per prevedere le aree a maggiore probabilità di conflitto, incrociando dati su presenza degli animali, pascoli, stagionalità e caratteristiche del territorio.

Naturalmente la tecnologia da sola non basta. La convivenza richiede anche un dialogo continuo tra istituzioni, allevatori, ricercatori e cittadini. La rapidità negli indennizzi per i danni accertati, la formazione degli operatori e una corretta informazione pubblica rappresentano elementi fondamentali per evitare che la presenza dei grandi carnivori diventi motivo di contrapposizione permanente.

Il futuro passa dalla gestione, non dall'emergenza

La presenza stabile di lupi, orsi e sciacalli dimostra che gli ecosistemi italiani hanno recuperato una parte della loro complessità biologica. È un risultato che pochi decenni fa sembrava impensabile e che oggi viene considerato uno dei maggiori successi delle politiche europee di conservazione della natura. Allo stesso tempo, però, questo successo rende necessario un cambio di prospettiva: non si tratta più di proteggere specie sull'orlo dell'estinzione, ma di gestire popolazioni in espansione in un Paese densamente abitato.

Il dibattito europeo sul futuro del lupo ne è la dimostrazione. La recente revisione del suo status di protezione nell'ambito della Convenzione di Berna e il successivo adeguamento della normativa comunitaria hanno riacceso il confronto tra chi ritiene necessario introdurre strumenti di gestione più flessibili e chi teme che un allentamento delle tutele possa compromettere i risultati ottenuti negli ultimi cinquant'anni. La comunità scientifica concorda però su un punto: qualsiasi decisione dovrebbe basarsi su monitoraggi aggiornati e su dati oggettivi, non sulla percezione del rischio o sull'emotività generata dai singoli episodi.

In questo contesto il monitoraggio nazionale coordinato da ISPRA rappresenta uno strumento essenziale. La raccolta sistematica di dati genetici, fotografici e territoriali consente infatti di seguire l'evoluzione delle popolazioni, individuare nuovi corridoi ecologici e pianificare interventi mirati. Analogamente, la collaborazione tra enti di ricerca italiani e internazionali permette di confrontare le esperienze maturate in altri Paesi europei, dove la convivenza con i grandi carnivori è ormai una realtà consolidata.

Il ritorno di lupo, orso e sciacallo racconta quindi una storia più ampia del semplice recupero di tre specie. È il segnale di ecosistemi che stanno cambiando, di foreste che si espandono e di una biodiversità che, almeno in parte, riesce a riconquistare spazi perduti. Ma è anche una sfida culturale. In un territorio profondamente modellato dall'uomo, la conservazione non può limitarsi alla tutela della fauna: deve tradursi nella capacità di integrare esigenze ecologiche, attività economiche e sicurezza delle comunità locali.

La domanda, in definitiva, non è se l'Italia possa permettersi la presenza dei grandi carnivori. La loro espansione dimostra che la natura ha già dato la sua risposta. La vera sfida riguarda la capacità delle istituzioni e della società di costruire modelli di gestione fondati sulla conoscenza scientifica, sulla prevenzione e sulla convivenza, trasformando quello che oggi viene spesso percepito come un problema in una delle più importanti opportunità per la conservazione della biodiversità europea.

Arianna Andalusi

Scrittrice, ghostwriter e redattrice su tematiche ambientali e di sostenibilità sociale