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- Di Redazione BoLab
WWF lancia l’allarme sui rischi finanziari e ambientali dell’estrazione mineraria dai fondali oceanici profondi
Gli abissi oceanici diventano il nuovo fronte della corsa globale alle materie prime strategiche, ma dietro la promessa di nuovi giacimenti di minerali per la transizione energetica si nasconde una partita complessa, fatta di incertezze economiche, rischi ambientali e interrogativi tecnologici. È questo il quadro delineato dalla nuova guida del WWF dedicata agli istituti finanziari interessati al deep sea mining, l’attività di estrazione mineraria dai fondali marini profondi.
Il settore punta a recuperare dai fondali oceanici risorse come nichel, cobalto, manganese e altri minerali critici, presenti soprattutto nei cosiddetti noduli polimetallici, formazioni rocciose ricche di elementi utilizzati in numerose tecnologie, dalle batterie ai sistemi energetici avanzati. Secondo i sostenitori dell’industria, queste risorse potrebbero contribuire alla transizione verso un’economia a basse emissioni. Tuttavia, il WWF evidenzia come il modello economico alla base del deep sea mining dipenda da numerose variabili ancora incerte: domanda futura, prezzi delle materie prime, evoluzione delle tecnologie e reale necessità di nuovi approvvigionamenti.

Uno degli aspetti più innovativi della guida riguarda proprio il coinvolgimento del settore finanziario. Secondo l’organizzazione ambientalista, investire oggi nell’estrazione mineraria degli abissi significa affrontare rischi economici, normativi e reputazionali significativi. Le rapide trasformazioni del mercato delle batterie, infatti, stanno modificando lo scenario: nuove tecnologie stanno riducendo il fabbisogno di alcuni materiali tradizionalmente considerati strategici, mettendo in discussione la redditività di alcuni progetti minerari sottomarini.
Accanto ai dubbi finanziari restano quelli ambientali. Gli ecosistemi delle profondità marine rappresentano una delle aree meno conosciute del pianeta, ma svolgono funzioni fondamentali per la biodiversità e per gli equilibri climatici degli oceani. Le operazioni di estrazione potrebbero alterare habitat millenari, sollevare grandi quantità di sedimenti e generare “pennacchi” di particelle in grado di disperdersi nella colonna d’acqua, con possibili effetti sugli organismi marini.
Il problema principale, secondo il WWF, è che la conoscenza scientifica degli abissi non è ancora sufficiente per valutare pienamente le conseguenze di un’attività industriale su larga scala. Per questo motivo l’organizzazione sostiene un approccio basato sul principio di precauzione, chiedendo maggiore prudenza nelle autorizzazioni e una valutazione approfondita degli impatti prima di procedere con lo sfruttamento commerciale dei fondali.

Anche il mondo finanziario sembra mostrare una crescente attenzione al tema. Alcuni istituti e investitori stanno introducendo criteri più restrittivi nei confronti del deep sea mining, valutando non solo il potenziale rendimento economico, ma anche i rischi legati alla perdita di biodiversità e alla sostenibilità degli investimenti nel lungo periodo.
La sfida, quindi, non riguarda soltanto il futuro dell’industria mineraria, ma il modello con cui la transizione energetica verrà alimentata. La domanda di materie prime cresce, ma la ricerca di nuove risorse non può prescindere dalla tutela degli ecosistemi naturali. Gli abissi rappresentano infatti una delle ultime grandi frontiere del pianeta: una riserva di biodiversità ancora in gran parte inesplorata, il cui valore potrebbe essere molto superiore a quello dei minerali contenuti nei suoi fondali.
Per questo il dibattito sul deep sea mining entra sempre più nel campo della sostenibilità finanziaria: non si tratta solo di capire quanto valgono i minerali nascosti sotto gli oceani, ma anche quanto potrebbe costare, in termini economici e ambientali, la loro estrazione.



