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PFAS nei terreni: la nuova arma contro gli inquinanti eterni

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  • INFO POINT
  • Di Redazione BoLab

Nuovo metodo per rimuovere PFAS dai suoli agricoli: la ricerca punta a bonifiche più efficaci contro i contaminanti persistenti.

Sono tra gli inquinanti più difficili da eliminare dall’ambiente e il loro nome è ormai associato a una delle sfide più complesse della chimica ambientale. I PFAS (sostanze per- e polifluoroalchiliche), definiti anche “forever chemicals” per la loro elevata persistenza, possono accumularsi nei terreni agricoli, entrare nella catena alimentare e rappresentare un rischio per ecosistemi e salute umana. Una nuova linea di ricerca punta ora a sviluppare tecniche più efficaci per rimuoverli direttamente dai suoli.

Il problema riguarda in particolare le aree agricole dove i PFAS possono arrivare attraverso diverse vie: utilizzo di acque contaminate per l’irrigazione, deposizione atmosferica, attività industriali vicine o applicazione di materiali organici contaminati. Una volta presenti nel terreno, queste molecole risultano particolarmente resistenti alla degradazione naturale a causa dei fortissimi legami chimici tra carbonio e fluoro che ne caratterizzano la struttura.

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La ricerca scientifica sta quindi esplorando nuove strategie di bonifica capaci non solo di spostare il contaminante, ma di eliminarlo definitivamente. Tra le tecnologie emergenti c’è un innovativo trattamento basato sul plasma non termico in letto fluidizzato, studiato per degradare i PFAS presenti nei terreni contaminati. Il sistema sfrutta specie chimiche altamente reattive generate dal plasma, come radicali ossidanti, per rompere le molecole responsabili della persistenza degli inquinanti.

L’obiettivo delle nuove tecnologie è superare i limiti degli approcci tradizionali. Alcuni metodi oggi utilizzati, come il lavaggio del terreno o i trattamenti termici, possono essere efficaci, ma richiedono spesso elevati consumi energetici, grandi quantità di acqua o una gestione complessa dei residui contaminati. Le nuove soluzioni puntano invece a trattamenti più selettivi, riducendo il trasferimento degli inquinanti da una matrice ambientale all’altra.

Un’altra frontiera riguarda l’integrazione tra tecnologie diverse. Studi recenti stanno valutando sistemi combinati che associano separazione dei contaminanti, processi chimici avanzati e trattamenti distruttivi, con l’obiettivo di aumentare l’efficienza complessiva della bonifica. La logica è passare da una semplice rimozione dei PFAS a una loro effettiva trasformazione in composti meno problematici.

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La questione agricola è particolarmente delicata perché il suolo non è soltanto un supporto produttivo, ma un ecosistema complesso. La presenza di PFAS può influenzare la qualità ambientale dei terreni e favorire il trasferimento di alcune molecole nelle colture. Ricerche recenti evidenziano infatti che alcune piante possono assorbire PFAS dal terreno e trasferirli nei tessuti vegetali, con differenze legate al tipo di composto e alla specie coltivata.

La sfida dei prossimi anni sarà rendere queste tecnologie applicabili su scala reale, con costi sostenibili per agricoltori e amministrazioni. La bonifica dei terreni contaminati richiede infatti soluzioni capaci di coniugare efficacia ambientale, fattibilità economica e ridotto impatto energetico.

La ricerca sui PFAS dimostra come la gestione dell’inquinamento del futuro non possa limitarsi al controllo delle emissioni, ma debba affrontare anche l’eredità lasciata da decenni di utilizzo di sostanze altamente persistenti. Dai laboratori arriva quindi una nuova prospettiva: trasformare i terreni contaminati da problema ambientale a terreno di sperimentazione per tecnologie innovative di recupero e rigenerazione.