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Il Mediterraneo ha sete

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Israele e Spagna mostrano come riuso, dissalazione e reti integrate possano ridurre lo stress idrico.

Il Mediterraneo ha costruito intere civiltà sulla capacità di portare l’acqua dove non c’era: acquedotti, cisterne, qanat e sistemi irrigui raccontano una storia nella quale infrastruttura e cultura sono inseparabili. Oggi quella stessa regione deve affrontare una crisi diversa, perché il cambiamento climatico altera tempi e quantità delle precipitazioni mentre città, turismo, agricoltura e industria aumentano la pressione sulle risorse disponibili.

L’EEA rileva che nel 2023 la scarsità idrica ha interessato il 28% del territorio e il 32% della popolazione dell’UE; nell’Europa meridionale circa il 30% degli abitanti vive in aree sottoposte a stress permanente, quota che può salire al 70% d’estate. Il paper Water for the Mediterranean, sviluppato da  TEHA Group con  Regione Puglia e  Acquedotto Pugliese, indica una strada precisa: non basta trovare nuova acqua, occorre gestire meglio ogni fonte disponibile, collegando efficienza, riuso, interconnessione, nuove tecnologie e tutela degli ecosistemi.

Il Mediterraneo verso un deficit strutturale

Il report considera il “Mediterraneo allargato” come un sistema di 45 Paesi e 1,3 miliardi di abitanti. L’aggiornamento delle analisi contenuto nel Blue Book 2026 stima per quest’area uno stress idrico medio del 225,5%, contro il 18,3% mondiale. Entro il 2050 la popolazione potrebbe raggiungere 1,7 miliardi di persone e, mantenendo invariati gli attuali prelievi pro capite, il fabbisogno supererebbe 790 miliardi di metri cubi, circa il 30% in più.

L’acqua è inoltre un fattore economico: quasi 1.900 miliardi di dollari di valore aggiunto, pari a circa il 15% del PIL dell’area, dipendono direttamente dalle attività della filiera estesa dell’acqua. MedECC aggiunge la variabile climatica: il Mediterraneo si è già riscaldato più rapidamente della media globale e in diverse aree le precipitazioni potrebbero diminuire del 10-30%. La crisi futura sarà quindi insieme climatica, infrastrutturale ed economica.

Israele: ogni metro cubo ha più vite

Israele rappresenta il caso più radicale di trasformazione della scarsità in politica industriale. Secondo l’OCSE, cinque grandi impianti di dissalazione a osmosi inversa forniscono oltre l’80% dell’acqua destinata agli usi urbani non irrigui. Circa il 94% delle acque reflue viene raccolto e trattato e più dell’87% degli effluenti è riutilizzato, soprattutto in agricoltura, dove rappresenta approssimativamente metà dell’acqua impiegata.

Il risultato non dipende però da una singola tecnologia. Una rete nazionale di adduzione permette di distribuire acqua proveniente da fonti diverse in funzione della domanda; regolazione, tariffe, campagne per il risparmio e investimenti completano il sistema. È questa integrazione a rendere Israele un benchmark. Restano criticità: la dissalazione richiede energia e produce salamoie da gestire, mentre l’OCSE segnala problemi ancora aperti nella qualità delle acque superficiali e sotterranee. Aumentare l’offerta funziona soprattutto quando contemporaneamente si riduce la pressione sulle fonti naturali.

Spagna: dissalare, riusare, interconnettere

La Spagna ha seguito una strada meno centralizzata, ma altrettanto significativa. La Commissione europea la indica come il Paese con la maggiore capacità di dissalazione nell’UE, mentre il ministero spagnolo MITECO considera ormai dissalazione e riuso componenti integrate della gestione delle aree sottoposte a maggiore stress.

Il regolamento nazionale approvato nel 2024 estende l’approccio basato sul rischio agli usi urbani, agricoli, industriali e ambientali; nel Paese vengono già riutilizzati circa 400 milioni di metri cubi d’acqua all’anno. Nei territori mediterranei il modello diventa concreto: ad Alicante acque rigenerate con qualità e costi differenti vengono combinate in funzione delle esigenze irrigue, mentre nel bacino del Segura gli investimenti europei integrano risorse non convenzionali, rinnovabili ed efficientamento dell’irrigazione su oltre 23 mila ettari. La lezione spagnola è che una nuova fonte diventa realmente strategica quando entra in una rete capace di scegliere, mescolare e distribuire risorse differenti.

Il riuso trasforma i depuratori

Tra le soluzioni disponibili, il riuso delle acque reflue è quella che modifica più profondamente il concetto stesso di depurazione. Un impianto non serve più soltanto a restituire acqua meno inquinata all’ambiente, ma può diventare una vera “fabbrica d’acqua” per irrigazione, processi industriali, servizi urbani o, in condizioni controllate, ricarica delle falde.

Il trattamento deve però essere calibrato sull’uso: filtrazione avanzata, disinfezione UV, membrane e processi di ossidazione possono essere combinati in funzione dei contaminanti e del livello di rischio. È il principio fit for purpose: non serve produrre sempre acqua con caratteristiche potabili se la destinazione finale non lo richiede.

L’UE ha reso questo approccio più strutturato attraverso regole sul riuso sicuro, mentre progetti europei sulla Managed Aquifer Recharge hanno sperimentato nel Mediterraneo l’impiego di acque rigenerate, meteoriche e persino dissalate per alimentare artificialmente gli acquiferi e creare riserve utilizzabili nei periodi di scarsità.

Dissalazione: riserva, non scorciatoia

La dissalazione rende disponibile una fonte quasi indipendente dalle precipitazioni ed è quindi preziosa soprattutto per coste e isole, ma non produce acqua “gratis”. L’osmosi inversa ha ridotto fortemente i consumi rispetto ai processi termici, tuttavia richiede elettricità, opere di presa e restituzione a mare e una corretta gestione della salamoia.

L’OCSE sottolinea questi impatti anche nel caso israeliano. Il problema è soprattutto l’ordine con cui vengono adottate le soluzioni: non è razionale costruire nuovi impianti energivori, mentre grandi quantità d’acqua si disperdono nelle reti o reflui già depurati vengono scaricati senza essere riutilizzati. La Strategia europea per la resilienza idrica applica infatti il principio Water Efficiency First: prima ridurre domanda e sovraprelievi, poi migliorare efficienza e riuso e soltanto dopo incrementare l’offerta. In questa gerarchia la dissalazione diventa una riserva strategica, preferibilmente integrata con energie rinnovabili, non il sostituto di una corretta gestione del ciclo idrico.

Italia: molta competenza, troppe perdite

L’Italia parte da una posizione paradossale. Water for the Mediterranean la colloca ai vertici dell’area per valore economico attivato dalla filiera idrica e lo stesso report individua nel Paese esperienze di eccellenza come Acquedotto Pugliese e Acque del Sud. Esistono quindi gestori industriali evoluti, regolazione nazionale e competenze tecnologiche esportabili.

Eppure il Blue Book 2026, su un campione di oltre 324 mila chilometri di rete, rileva perdite medie del 37,9% e indica che circa il 30% delle condotte ha più di trent’anni. Ancora più evidente è il margine sul riuso: soltanto il 3,4% dei volumi depurati viene effettivamente riutilizzato, contro un potenziale stimato del 13,4%.

Prima di cercare nuova acqua l’Italia possiede quindi due “fonti” virtuali: quella oggi dispersa dalle condotte e quella trattata ma non rimessa in circolo. Distrettualizzazione, sensori, smart meter, ricerca delle perdite, digital twin e trattamenti terziari possono trasformare queste inefficienze in nuova disponibilità senza aumentare i prelievi dagli ecosistemi.

Puglia: laboratorio italiano dell’acqua

Tra i casi indicati dal report emerge la Puglia, territorio naturalmente povero di sorgenti locali e dipendente da un sistema sovraregionale fortemente interconnesso. Acquedotto Pugliese utilizza sei schemi idrici che attraversano Campania, Basilicata e Puglia, compensando le carenze di una fonte con la disponibilità delle altre.

La strategia recente aggiunge digitalizzazione, controllo delle pressioni, riuso e diversificazione delle fonti. AQP stima che le perdite di distribuzione siano scese al 38,4% nel 2025, 6,7 punti percentuali meno rispetto al 2018; dispone inoltre di 47 depuratori già configurati con stazioni di affinamento e punta a 77 entro il 2028, con una capacità di circa 125 milioni di metri cubi di acqua rigenerabile ogni anno.

A Taranto è inoltre previsto un dissalatore a osmosi inversa destinato a rafforzare l’approvvigionamento di circa 385 mila persone. Non è la singola opera a rendere interessante il caso pugliese, ma l’integrazione fra reti interregionali, riduzione delle perdite, depurazione, riuso, nuove fonti e gestione digitale.

La soluzione è “One Water”

Il confronto tra Israele, Spagna e Italia porta alla stessa conclusione: la sicurezza idrica non coincide con la costruzione di un nuovo invaso o di un dissalatore, ma con la capacità di trattare tutte le acque come parti di un unico sistema.

Acque superficiali, falde, pioggia, reflui rigenerati e acqua dissalata devono essere gestiti insieme, assegnando a ogni qualità l’uso più appropriato. Anche gli ecosistemi fanno parte dell’infrastruttura: suoli permeabili, zone umide, fiumi e falde sane trattengono e depurano acqua senza pompe né membrane.

È l’approccio olistico indicato anche dal rapporto MedECC sul nexus Water-Energy-Food-Ecosystems, nel quale sicurezza idrica, alimentazione, energia e natura non possono più essere pianificate separatamente. La Strategia europea per la resilienza idrica punta ora a migliorare del 10% l’efficienza nell’UE entro il 2030, agendo su perdite, infrastrutture verdi, digitalizzazione e riuso. Nel nuovo clima mediterraneo la risorsa decisiva non sarà soltanto l’acqua che cade, ma quella che un territorio riesce a non sprecare, recuperare, conservare e utilizzare più volte.

Arianna Andalusi

Scrittrice, ghostwriter e redattrice su tematiche ambientali e di sostenibilità sociale