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- Di Aurelio Coppi
Le reti fantasma continuano a pescare per anni: come nascono, quanto pesano sugli ecosistemi e come fermarle
In mare esiste una forma di inquinamento che non si limita a occupare spazio o a degradarsi lentamente: continua a svolgere il lavoro per cui è stata costruita. Sono le reti fantasma, parte di una categoria più ampia che la letteratura scientifica definisce Abandoned, Lost or otherwise Discarded Fishing Gear (ALDFG), cioè attrezzi da pesca abbandonati, persi o comunque dispersi. Reti da posta, palangari, nasse, trappole, cime e altri strumenti possono restare attivi senza più alcun controllo umano, catturando pesci, crostacei, tartarughe, uccelli e mammiferi marini.
Il fenomeno prende il nome di ghost fishing, pesca fantasma. Il problema è aggravato dalla natura dei materiali moderni: nylon, polietilene e polipropilene sono stati scelti proprio perché resistenti all’acqua, alla trazione e alla degradazione. Una qualità essenziale finché l’attrezzo è utilizzato, che diventa un difetto ambientale quando viene perso. E il fenomeno ha dimensioni tutt’altro che marginali.


Quante reti perdiamo davvero
Per anni il dibattito sulle reti fantasma ha fatto riferimento alla stima di circa 640.000 tonnellate di attrezzi da pesca perse annualmente negli oceani. È però un numero oggi considerato metodologicamente debole e non dovrebbe essere utilizzato come misura aggiornata del fenomeno. Una delle valutazioni più solide è stata pubblicata nel 2022 su Science Advances: attraverso interviste a 451 pescatori di sette Paesi e dati sullo sforzo di pesca mondiale, i ricercatori hanno stimato una perdita media annua pari a circa l’1,82% degli attrezzi impiegati.
Dietro questa percentuale ci sono quantità enormi: ogni anno potrebbero andare perduti quasi 3.000 km² di reti da posta, circa 75.000 km² di reti a circuizione, oltre 217 km² di reti a strascico, circa 740.000 km di lenze principali dei palangari e più di 25 milioni di nasse e trappole. Non significa che ogni attrezzo continuerà a pescare con la stessa efficienza o per lo stesso tempo, ma rende evidente la scala del problema.

Perché gli attrezzi spariscono
Parlare semplicemente di reti “gettate in mare” è fuorviante. Una parte degli attrezzi viene effettivamente abbandonata o smaltita illegalmente, ma moltissimi vengono persi durante normali operazioni di pesca. Secondo la FAO, tra le cause principali ci sono condizioni meteorologiche avverse, correnti, incaglio sul fondale, problemi operativi, collisioni e conflitti tra differenti attrezzi presenti nella stessa area. Una rete può agganciarsi a una roccia, a un relitto o a un’altra attrezzatura e diventare impossibile da recuperare senza mettere a rischio equipaggio e imbarcazione.
A questo si aggiungono fattori economici e organizzativi. Recuperare un attrezzo disperso può richiedere tempo, carburante e mezzi specializzati; in alcuni porti possono mancare sistemi semplici ed economici per conferire le vecchie attrezzature. Esiste inoltre una relazione con la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata: un attrezzo non identificabile è più difficile da attribuire al proprietario. Per questo la FAO considera la marcatura degli attrezzi uno degli strumenti centrali per prevenzione, tracciabilità e recupero.

Una macchina che pesca sola
Una rete da posta dispersa non smette immediatamente di funzionare. Può continuare a intercettare pesci, che a loro volta attirano predatori e organismi necrofagi, generando nuove catture. Anche nasse e trappole possono diventare sistemi che si “autoalimentano”: gli animali intrappolati costituiscono un richiamo per altri individui. La durata di questo processo varia enormemente con profondità, correnti, configurazione dell’attrezzo, materiale e tipo di fondale.
Il danno non riguarda soltanto gli animali catturati. Reti trascinate dalle correnti possono impigliarsi nel coralligeno, nelle scogliere e nelle praterie marine, spezzando o soffocando organismi bentonici. Cime e reti possono inoltre avvolgersi attorno a eliche e timoni, diventando un rischio per la navigazione. Quando i materiali sintetici iniziano a degradarsi, infine, non scompaiono necessariamente: abrasione, raggi ultravioletti e stress meccanico possono frammentarli, trasformando una grande rete visibile in una sorgente diffusa di particelle plastiche.


Quando la plastica domina
Uno degli esempi più impressionanti arriva dal Great Pacific Garbage Patch, la grande zona di accumulo di rifiuti galleggianti del Pacifico settentrionale. Uno studio pubblicato su Scientific Reports nel 2018 stimò circa 79.000 tonnellate di plastica distribuite su 1,6 milioni di km² e rilevò che almeno il 46% della massa era costituito da reti da pesca.
Il dato viene talvolta interpretato erroneamente come se il 46% di tutta la plastica presente negli oceani fosse costituito da reti. Non è così: riguarda quella specifica area di accumulo e dipende anche dal fatto che oggetti grandi, resistenti e poco influenzati dal vento possono concentrarsi nei vortici oceanici più facilmente di altri rifiuti. Resta però un'indicazione importante. Gli attrezzi da pesca sono progettati per sopportare per anni un ambiente estremamente aggressivo e proprio questa resistenza permette loro di persistere a lungo una volta dispersi.


Il problema è anche italiano
Il Mediterraneo, mare semichiuso caratterizzato da forte pressione antropica e intensa attività di pesca, non è immune. In Italia il progetto PNRR MER – Marine Ecosystem Restoration, attuato da ISPRA, ha incluso una specifica operazione GhostNets per localizzare e rimuovere attrezzature abbandonate dai fondali.
Tra Augusta e Siracusa, nel 2025, sono stati ispezionati circa 60.000 m² di fondale e recuperate più di 30 reti, alcune lunghe fino a 260 metri e localizzate tra 40 e 60 metri di profondità. Le successive operazioni in Sicilia hanno portato alla rimozione di quasi 3 tonnellate di attrezzature e al ripristino di circa 52.000 m² di habitat.
Ancora più significativo è il bilancio 2026 del progetto LIFE Strong Sea, coordinato da ISPRA: oltre 180 segnalazioni, 24 operazioni di recupero, 156 attrezzi rimossi e più di 22 tonnellate complessive recuperate. Sugli attrezzi sono stati identificati organismi appartenenti a 89 specie e 50 gruppi tassonomici, dimostrando quanto complesso possa diventare decidere se e come intervenire.
Togliere una rete non basta
La soluzione apparentemente più semplice è recuperare tutto ciò che viene trovato. Ecologicamente, però, non sempre è la scelta corretta. Una rete presente sul fondale da molto tempo può essere ormai incorporata in una comunità biologica: alghe, spugne, crostacei e organismi incrostanti possono colonizzarla, mentre coralli e gorgonie possono crescere attraverso le maglie. Strappare indiscriminatamente l’attrezzo rischia quindi di provocare un danno superiore a quello che si vuole eliminare.
La Commissione Generale per la Pesca nel Mediterraneo della FAO raccomanda valutazioni caso per caso. Quando la rimozione è troppo pericolosa o distruttiva, può essere preferibile inattivare l’attrezzo, tagliandolo in modo che non possa più pescare, e successivamente monitorarlo. È una strategia già adottata anche dal progetto LIFE Strong Sea. Per individuare le reti vengono utilizzati subacquei, ROV, sonar a scansione laterale e sistemi multibeam: la bonifica dei fondali è quindi sempre più un'attività di ingegneria e monitoraggio ambientale, non una semplice raccolta di rifiuti.


La soluzione migliore è prevenirle
Recuperare una rete a decine o centinaia di metri di profondità è costoso. Impedire che venga persa è generalmente molto più efficiente. Una prima misura è la marcatura univoca degli attrezzi, prevista dalle linee guida volontarie FAO: sapere a chi appartiene una rete permette di segnalarne rapidamente la perdita, facilitare il recupero e aumentare la responsabilizzazione degli operatori.
Il passaggio successivo è tecnologico. Trasmettitori, boe dotate di localizzazione, sistemi acustici e registrazione precisa delle coordinate possono rendere più semplice ritrovare gli attrezzi. Anche la disponibilità di infrastrutture portuali è fondamentale: riportare a terra reti vecchie o recuperate deve essere più facile e conveniente che abbandonarle.

L'Unione Europea sta intervenendo anche sul ciclo economico del prodotto. La direttiva sulle plastiche monouso comprende infatti gli attrezzi da pesca contenenti plastica e introduce sistemi di responsabilità estesa del produttore, raccolta differenziata e copertura dei costi di gestione a fine vita. Dal 2025 gli Stati membri con acque marine devono inoltre stabilire tassi nazionali annuali di raccolta per il riciclo. I dati pubblicati dalla Commissione nel 2026 mostrano però che nel 2022, anno assunto come riferimento, nell'UE veniva raccolto come rifiuto soltanto circa il 32,7% degli attrezzi contenenti plastica immessi sul mercato e dichiarati nei dati disponibili: un margine di miglioramento ancora enorme.

Reti biodegradabili: promettenti, non magiche
Un'altra strada è modificare direttamente i materiali. Diverse ricerche stanno sperimentando reti realizzate con polimeri biodegradabili capaci di perdere più rapidamente resistenza dopo una permanenza prolungata in acqua. L'obiettivo è costruire un attrezzo sufficientemente robusto durante la pesca ma destinato a perdere efficacia se resta abbandonato per mesi o anni.
Il problema è trovare questo equilibrio. Test condotti nel Mediterraneo e in altre aree hanno evidenziato in alcuni casi minore resistenza meccanica, maggiore rigidità, costi superiori e riduzione dell'efficienza di cattura rispetto al nylon tradizionale. Studi più recenti mostrano tuttavia che modificando materiali e diametri è possibile ridurre parte del divario prestazionale. Non si tratta quindi di sostituire domani tutte le reti in nylon con una bioplastica, ma di progettare attrezzi la cui persistenza ambientale sia considerata fin dall'origine insieme a robustezza, selettività e costo.
Dalla rete al rifiuto
Resta infine il problema di cosa fare delle attrezzature recuperate. Sabbia, sale, sedimenti, organismi e la presenza contemporanea di materiali differenti possono rendere difficile il riciclo meccanico. Servono quindi filiere capaci di separare, lavare e valorizzare nylon, polietilene e altri componenti quando tecnicamente possibile.
In Italia si stanno sperimentando anche tecnologie per le frazioni non riciclabili. Nell'ambito del progetto PNRR MER, ISPRA ha presentato ad Ancona il sistema Green Plasma, capace nella configurazione sperimentale di trattare fino a 100 kg al giorno di plastica marina difficilmente riciclabile trasformandola in syngas utilizzabile per produrre energia. È una soluzione di trattamento, non una risposta al problema alla fonte: la gerarchia resta prevenire la perdita, recuperare rapidamente l'attrezzo, riutilizzarne o riciclarne i materiali e utilizzare altre forme di valorizzazione solo quando le alternative non sono praticabili.


Le reti fantasma mostrano così un paradosso tecnologico: più abbiamo migliorato la durata degli attrezzi da pesca, più abbiamo aumentato la loro capacità di sopravvivere alla perdita. La risposta non può essere una singola invenzione. Servono attrezzi identificabili, sistemi di segnalazione semplici, porti attrezzati, incentivi al recupero, responsabilità dei produttori, materiali progettati anche per il fine vita e collaborazione diretta con chi lavora in mare. Perché la rete meno dannosa non è quella che riusciamo a estrarre dal fondale anni dopo: è quella che riusciamo a non perdere.

