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- Di Arianna Andalusi
Il riscaldamento globale può indebolire la circolazione atlantica: cosa dicono gli studi e cosa accadrebbe in caso di collasso
L’Atlantico è attraversato da una gigantesca circolazione che trasferisce calore dai tropici verso nord e riporta verso sud, in profondità, masse d’acqua più fredde e dense. È l’AMOC, Atlantic Meridional Overturning Circulation, uno dei grandi regolatori del clima terrestre. Il riscaldamento globale ne modifica alcuni dei motori fisici fondamentali: temperatura, salinità, densità dell’acqua e formazione delle masse profonde.
Su un punto la letteratura scientifica converge: nel XXI secolo l’AMOC è molto probabilmente destinata a indebolirsi. Più incerto è stabilire di quanto e soprattutto se possa superare un punto critico oltre il quale il rallentamento diventerebbe rapido e autoalimentato. Gli studi più recenti non forniscono una data certa per un eventuale collasso, ma mostrano che il rischio non può essere ignorato.


Cos’è l’AMOC
L’AMOC non è una singola corrente e non coincide con la Corrente del Golfo. È un sistema tridimensionale che interessa l’intero Atlantico. Nella parte superiore, acque relativamente calde e salate scorrono dai tropici verso il Nord Atlantico, cedendo calore all’atmosfera. Alle alte latitudini una parte di queste masse d’acqua si raffredda, aumenta di densità e contribuisce alla formazione di acque profonde che tornano verso sud.
La sua intensità viene misurata in sverdrup: 1 Sv equivale a un milione di metri cubi d’acqua al secondo. Intorno ai 26° N, dove opera dal 2004 il sistema osservativo RAPID, l’AMOC trasporta mediamente dell’ordine di 16-19 Sv e circa 1,5 petawatt di calore verso nord.
La Corrente del Golfo ne è una componente importante, ma è sostenuta anche dai venti e dalla rotazione terrestre. Per questo un eventuale collasso dell’AMOC non significherebbe che la Corrente del Golfo “si spegne”, come spesso viene raccontato, ma che diminuirebbe drasticamente il trasporto di calore verso le alte latitudini.
Perché il riscaldamento la indebolisce
Il funzionamento dell’AMOC dipende in larga parte dalla densità dell’acqua. A parità di altre condizioni, acqua più fredda e più salata è più densa; acqua più calda o più dolce tende invece a essere più leggera.
Il riscaldamento antropico agisce su entrambi i fattori. Il Nord Atlantico si riscalda, mentre l’aumento delle precipitazioni alle alte latitudini e la fusione dei ghiacci della Groenlandia immettono acqua dolce nell’oceano. Il risultato può essere una maggiore stratificazione: le acque superficiali diventano meno dense e fanno più fatica a sprofondare, riducendo la formazione delle masse profonde che alimentano la circolazione.
L’IPCC considera molto probabile un indebolimento dell’AMOC nel corso di questo secolo. Nei modelli CMIP6 la causa principale è proprio la combinazione tra riscaldamento, aumento dell’apporto di acqua dolce e modifica dei gradienti di densità tra Nord e Sud Atlantico.


Il rischio del tipping point
L’AMOC è considerata un possibile tipping element, cioè una componente del sistema climatico capace, in determinate condizioni, di passare rapidamente da uno stato a un altro.
Il meccanismo più noto riguarda il trasporto di sale. Una circolazione robusta porta verso nord acqua salata, che contribuisce a mantenere elevata la densità delle acque nordatlantiche. Se l’AMOC rallenta, diminuisce anche questo trasporto di sale. L’acqua diventa relativamente più dolce e meno densa, sprofonda con maggiore difficoltà e la circolazione può indebolirsi ulteriormente.
La vicinanza a una soglia critica
È un feedback positivo noto fin dai lavori di Henry Stommel del 1961. Il problema attuale non è dimostrare che una transizione simile sia fisicamente possibile, ma capire quanto il sistema reale sia vicino a una soglia critica e quale combinazione di riscaldamento e apporto di acqua dolce sarebbe necessaria per superarla.

Si sta già indebolendo?
Qui le certezze diminuiscono. Le misure dirette dell’AMOC sono disponibili soltanto dal 2004 grazie al sistema RAPID, un periodo troppo breve per distinguere con sicurezza una tendenza climatica di lungo periodo dalla naturale variabilità oceanica.
Nel 2025 il National Oceanography Centre ha riportato per la serie RAPID un trend di circa -0,9 ± 0,7 Sv per decennio, sottolineando però che servono osservazioni più lunghe. Una ricostruzione pubblicata su Nature Communications nello stesso anno, basata sugli scambi di calore tra oceano e atmosfera, non ha invece trovato un indebolimento significativo della media decadale tra il 1963 e il 2017.
Altri lavori, basati su proxy climatici e ricostruzioni paleoceanografiche, suggeriscono un rallentamento più lungo. Anche la cosiddetta “warming hole” a sud della Groenlandia — una regione che si è riscaldata molto meno del resto del pianeta — è stata interpretata come una possibile impronta di un AMOC più debole. Studi pubblicati nel 2025 e nel 2026 hanno rafforzato questa associazione, senza però trasformarla in una misura diretta della circolazione.

Cosa dice l’IPCC
Nel Sesto Rapporto di Valutazione l’IPCC conclude che l’AMOC molto probabilmente diminuirà durante il XXI secolo in tutti gli scenari emissivi. Le proiezioni indicavano entro il 2100 una riduzione media intorno al 24% nello scenario a basse emissioni SSP1-2.6 e circa al 39% nello scenario ad altissime emissioni SSP5-8.5, con intervalli di incertezza molto ampi.
L’IPCC attribuisce invece una confidenza media all’ipotesi che non si verifichi un collasso improvviso prima del 2100. È una distinzione importante: “collasso non probabile” non significa AMOC stabile. Anche un indebolimento del 30-40% potrebbe avere conseguenze climatiche regionali rilevanti senza arrivare a un arresto quasi completo.
Gli studi più allarmanti
Nel 2023 Peter e Susanne Ditlevsen pubblicarono su Nature Communications uno studio molto discusso. Analizzando segnali statistici di perdita di stabilità in una serie storica usata come proxy dell’AMOC, stimarono una possibile transizione critica già durante questo secolo, con una data centrale intorno alla metà del secolo.
Il risultato ebbe enorme risonanza, ma anche critiche. Il proxy non misura direttamente l’AMOC e il metodo assume un particolare comportamento dinamico del sistema vicino al tipping point. Studi successivi hanno mostrato che gli early warning signals possono produrre grandi incertezze e non permettono, da soli, di assegnare una data affidabile al collasso.
Nel 2024 René van Westen e colleghi hanno però mostrato su Science Advances che un collasso può emergere anche in un modello climatico globale complesso quando il Nord Atlantico viene sottoposto a un forte e progressivo apporto di acqua dolce. Lo studio ha inoltre individuato un possibile indicatore fisico della vicinanza al tipping point, legato al trasporto di acqua dolce nell’Atlantico meridionale. Dimostra che il collasso è fisicamente plausibile, non che sia imminente.



Gli studi più prudenti
Nel 2025 un lavoro pubblicato su Nature e basato su 34 modelli climatici ha fornito un quadro più rassicurante. Anche sotto forti concentrazioni di gas serra e grandi apporti di acqua dolce, l’AMOC si indeboliva fortemente ma non scompariva completamente entro questo secolo.
Il motivo sarebbe legato anche all’Oceano Meridionale. I venti circumpolari favoriscono la risalita di acque profonde e il bilancio della massa oceanica richiede che una parte dello sprofondamento continui a verificarsi in altri bacini, compreso l’Atlantico. Questo meccanismo potrebbe impedire l’azzeramento completo della circolazione.
Un altro studio del 2025 su Nature Geoscience, guidato da David Bonan, ha utilizzato osservazioni oceaniche per correggere alcuni bias dei modelli e ha stimato un indebolimento dell’AMOC nell’ordine di 3-6 Sv entro fine secolo, pari indicativamente al 18-43%.
Le ricerche del 2026
Il quadro è tornato più severo nel 2026. Uno studio di Valentin Portmann, Didier Swingedouw e colleghi su Science Advances ha combinato la forza dell’AMOC osservata tra il 2005 e il 2023 con temperatura e salinità oceaniche per restringere l’incertezza dei modelli CMIP6.
Nello scenario intermedio SSP2-4.5, il metodo più efficace ha stimato un indebolimento del 51 ± 8% rispetto al periodo 1850-1900, contro circa il 32% della media non corretta dei modelli. Il lavoro suggerisce che alcuni bias nella simulazione di temperatura, salinità e stratificazione possano portare a sottostimare la risposta futura dell’AMOC.
Nell’agosto 2026 un altro studio di van Westen, Reyk Börner e Henk Dijkstra, pubblicato su Nature Climate Change, ha introdotto un elemento ulteriore: potrebbe contare non soltanto quanto il pianeta si riscalda, ma quanto rapidamente lo fa. In alcune simulazioni, con un aumento molto lento della CO2 l’AMOC restava stabile anche a livelli elevati di riscaldamento; con una crescita più rapida della forzante, il sistema poteva superare il tipping point a temperature globali molto inferiori.
La velocità del cambiamento e l’instabilità del sistema
È il concetto di rate-induced tipping: un sistema può diventare instabile perché il forcing cambia più velocemente della sua capacità di adattarsi. Non è una previsione diretta per il mondo reale, ma rafforza l’idea che la velocità del riscaldamento sia una variabile importante.
Se l’AMOC collassasse
Le conseguenze sarebbero globali e non coinciderebbero con una nuova era glaciale. Il primo effetto sarebbe una drastica riduzione del trasporto di calore verso il Nord Atlantico. In molte simulazioni l’Europa nordoccidentale e parte dell’Atlantico settentrionale si raffreddano rispetto a un clima con AMOC attiva, mentre l’emisfero australe tende relativamente a scaldarsi.
Il raffreddamento regionale si sommerebbe però al riscaldamento globale prodotto dai gas serra: alcune aree potrebbero quindi diventare più fredde rispetto allo scenario senza collasso, mentre il pianeta nel suo insieme continuerebbe a essere sottoposto a un forcing radiativo positivo.
Cambierebbero anche le precipitazioni. La Zona di Convergenza Intertropicale tenderebbe a spostarsi verso sud, modificando i monsoni africani e asiatici e i regimi pluviometrici tropicali. L’IPCC considera probabili importanti variazioni del ciclo idrologico, con possibili ripercussioni sull’agricoltura e sulla disponibilità d’acqua.



Mare, ecosistemi e carbonio
Un forte rallentamento dell’AMOC avrebbe effetti anche sul livello del mare. La circolazione oceanica mantiene differenze dinamiche di altezza tra le varie regioni dell’Atlantico. Quando si indebolisce, il livello marino può aumentare rapidamente lungo alcune coste, soprattutto nel Nord Atlantico occidentale, sommando questo effetto all’innalzamento già provocato dall’espansione termica e dalla fusione dei ghiacci.
Cambierebbero inoltre il trasporto di nutrienti, ossigeno e carbonio. L’AMOC contribuisce infatti alla ventilazione dell’oceano profondo e alla capacità del mare di immagazzinare CO2. Uno studio del 2026 su Communications Earth & Environment ha mostrato che, in una simulazione di collasso, la riorganizzazione della circolazione può ridurre l’assorbimento oceanico di carbonio e aumentare la concentrazione atmosferica di CO2, introducendo un ulteriore feedback climatico.
Anche gli ecosistemi marini risentirebbero della diversa distribuzione di temperatura, nutrienti e ossigeno, con possibili cambiamenti nella produttività biologica e nella distribuzione delle specie.
Il rischio reale
Ad agosto 2026 non è scientificamente corretto affermare che l’AMOC “collasserà entro pochi decenni”. Le osservazioni dirette sono ancora troppo brevi e gli studi più allarmanti dipendono da proxy, assunzioni statistiche o simulazioni spinte oltre soglie che il sistema reale potrebbe non raggiungere nel XXI secolo.
Sarebbe però altrettanto scorretto concludere che il problema non esista. L’indebolimento dell’AMOC durante questo secolo è considerato molto probabile dall’IPCC e alcuni studi recenti suggeriscono che potrebbe essere più intenso di quanto indicato dalla media dei modelli climatici.

La principale strategia di riduzione del rischio resta quindi limitare il riscaldamento globale e soprattutto la velocità con cui aumenta la forzante climatica. Parallelamente è essenziale estendere le osservazioni con reti come RAPID e OSNAP, satelliti, boe Argo e ricostruzioni paleoceanografiche.
L’AMOC non è una corrente che domani potrebbe semplicemente “spegnersi”. È un sistema climatico complesso, dotato di feedback e possibili soglie critiche. Proprio perché non conosciamo con precisione dove si trovi quella soglia, ridurre la pressione che esercitiamo sull’oceano resta la scelta più prudente.

