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- Di Arianna Andalusi
Foreste, suoli e oceani catturano metà della CO2 umana, ma il riscaldamento sta indebolendo questo scudo naturale
Ogni anno l’umanità immette nell’atmosfera decine di miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Eppure soltanto circa metà di questa CO2 vi rimane. Il resto viene sottratto da un gigantesco sistema naturale di cattura composto da foreste, vegetazione, suoli e oceani. Sono i cosiddetti pozzi di carbonio, uno dei principali freni naturali al riscaldamento globale. Senza di loro, la concentrazione atmosferica di CO2 crescerebbe molto più rapidamente.
Ma il meccanismo contiene un paradosso inquietante: gli stessi cambiamenti climatici che i pozzi contribuiscono a rallentare stanno progressivamente modificando la loro capacità di funzionare. Calore, siccità, incendi, deforestazione, alterazione delle precipitazioni e riscaldamento degli oceani intervengono sul ciclo del carbonio. Il risultato non è ancora il collasso globale dei sink naturali, ma un sistema sempre più vulnerabile proprio quando avremmo bisogno che fosse più efficiente.


Che cos'è un pozzo di carbonio
Un pozzo di carbonio è un sistema che assorbe dall'atmosfera più carbonio di quanto ne restituisca in un determinato periodo. Non va confuso con un semplice deposito. Una foresta contiene grandi quantità di carbonio nei tronchi, nelle radici e nei terreni, ma diventa un pozzo soltanto se il suo stock continua ad aumentare.
Allo stesso modo, un ecosistema può passare da pozzo a sorgente: una foresta che cresce sottrae CO2, mentre la stessa foresta colpita da incendi, mortalità degli alberi o disboscamento può liberarne grandi quantità. Il bilancio dipende quindi dalla differenza tra processi opposti: fotosintesi e respirazione, crescita e decomposizione, assorbimento e combustione. Nel caso degli oceani entrano in gioco anche chimica dell'acqua, temperatura, circolazione e attività biologica. Questa natura dinamica spiega perché la capacità della Terra di assorbire carbonio possa oscillare molto da un anno all'altro senza che ciò indichi necessariamente una tendenza irreversibile.
Metà della CO2 viene assorbita
Il Global Carbon Budget 2025, pubblicato nel maggio 2026, offre la fotografia più aggiornata. Nel decennio 2015-2024 gli oceani hanno assorbito mediamente circa il 29% delle emissioni antropiche di CO2, mentre gli ecosistemi terrestri ne hanno sottratto circa il 21%. In pratica, terra e mare hanno eliminato dall'atmosfera circa metà della CO2 prodotta dalle attività umane. L'altra metà si è accumulata nell'aria aumentando l'effetto serra.
Dal 1850 al 2024 gli oceani hanno assorbito complessivamente circa il 27% delle emissioni antropiche e gli ecosistemi terrestri circa il 24%. Non è un servizio marginale: secondo il CarbonTracker 2026 della NOAA, senza questi assorbimenti naturali il ritmo di crescita della CO2 atmosferica sarebbe stato approssimativamente doppio rispetto a quello osservato. I pozzi naturali sono dunque parte integrante del clima che conosciamo, anche se raramente ce ne accorgiamo.

Le foreste respirano carbonio
Sulla terraferma il motore principale è la fotosintesi. Le piante utilizzano CO2, acqua e luce per costruire materia organica, trasferendo carbonio dall'atmosfera a foglie, tronchi e radici. Una parte finisce poi nel terreno attraverso residui vegetali e organismi. Contemporaneamente piante, animali e microrganismi respirano e restituiscono CO2. È il saldo di questi flussi a determinare il sink.
L'aumento della concentrazione atmosferica di CO2 ha finora favorito la fotosintesi di molte piante, il cosiddetto effetto di “fertilizzazione carbonica”. Ma non è un fertilizzante infinito: crescita e fotosintesi sono limitate da acqua, temperatura e disponibilità di azoto e fosforo.
Gli inventari globali mostrano ancora foreste capaci di assorbire carbonio, ma con forti differenze regionali. Studi recenti evidenziano una riduzione del sink nelle foreste boreali e nelle foreste tropicali intatte, collegata a disturbi, siccità e perdita di superficie forestale.
Sotto terra c'è un tesoro
Una quota enorme di carbonio non si trova negli alberi che vediamo, ma sotto i nostri piedi. Suoli, zone umide e soprattutto torbiere trattengono materia organica per periodi che possono andare da decenni a millenni. Le torbiere occupano appena circa il 3% delle terre emerse, ma secondo l'UNEP immagazzinano una quantità di carbonio eccezionalmente elevata. La presenza costante di acqua rallenta infatti la decomposizione della vegetazione morta.
Se una torbiera viene prosciugata per agricoltura, estrazione o urbanizzazione, l'ossigeno penetra nel terreno e accelera la decomposizione: un deposito costruito in migliaia di anni può così trasformarsi in una sorgente di gas serra. Circa il 12% delle torbiere globali risulta oggi degradato. Anche il permafrost rappresenta un gigantesco magazzino: con il disgelo, parte della materia organica congelata diventa disponibile per i microrganismi e può essere convertita in CO2 e metano, aggiungendo un'ulteriore retroazione al riscaldamento.


L'oceano è una pompa
Il più grande pozzo dinamico del pianeta è l'oceano. La CO2 atmosferica si dissolve naturalmente nell'acqua superficiale e viene trasformata attraverso una serie di reazioni chimiche. Correnti e rimescolamento possono poi trasportare parte di questo carbonio verso profondità nelle quali rimane per secoli. È la pompa fisica del carbonio. Esiste anche una pompa biologica: fitoplancton e altri organismi utilizzano il carbonio attraverso la fotosintesi; una parte della materia prodotta precipita successivamente verso gli strati profondi.
Nel decennio 2015-2024 gli oceani hanno assorbito in media circa 3,2 miliardi di tonnellate di carbonio l'anno. Ma il processo ha un prezzo: aumentando la CO2 disciolta cambia la chimica marina e diminuisce il pH, producendo acidificazione degli oceani. Organismi che costruiscono conchiglie e scheletri di carbonato di calcio possono così incontrare maggiori difficoltà, con possibili ripercussioni sulle reti alimentari marine.

Il caldo cambia l'equilibrio
Qui emerge il problema principale. Un'atmosfera con più CO2 tende, da sola, a spingere terre e oceani ad assorbirne di più. Il riscaldamento climatico agisce però nella direzione opposta. Secondo il Global Carbon Budget 2025, durante il periodo 2015-2024 gli effetti combinati del cambiamento climatico e della variabilità naturale hanno ridotto la capacità del pozzo terrestre di circa il 25% rispetto a quella che avrebbe avuto senza questi effetti climatici.
Per gli oceani la riduzione è stimata intorno al 7%. Sulla terra il calore può diminuire la produttività della vegetazione tropicale e aumentare la respirazione di ecosistemi e suoli. Nel mare, invece, l'acqua più calda trattiene meno CO2, mentre cambiamenti nella stratificazione e nella circolazione possono modificarne il trasporto verso le profondità. Uno studio pubblicato su Nature Climate Change nel 2026 indica proprio le modificazioni della circolazione oceanica come un elemento cruciale per il futuro del sink marino.


Quando le foreste soffrono
Siccità e ondate di calore mostrano in tempo reale quanto possa essere fragile questo equilibrio. In condizioni di stress idrico gli alberi chiudono gli stomi delle foglie per limitare la perdita d'acqua, riducendo contemporaneamente l'ingresso di CO2 e quindi la fotosintesi. Se la siccità persiste aumentano perdita di foglie e mortalità; il legno morto viene successivamente decomposto restituendo carbonio all’atmosfera.
Durante la grave siccità europea del 2022 numerosi ecosistemi forestali registrarono una forte riduzione dell'assorbimento, e alcuni siti diventarono temporaneamente sorgenti nette. Gli incendi aggiungono un secondo effetto: liberano rapidamente carbonio e possono ridurre per anni la capacità della vegetazione di catturarlo. Le ricerche indicano inoltre che foreste già interessate da incendi o siccità possono risultare più sensibili agli stress successivi. È una vulnerabilità importante in un clima nel quale gli eventi estremi diventano più probabili e intensi.
Il 2024 è un avvertimento
Il 2024 ha mostrato quanto violentemente il bilancio possa oscillare. La concentrazione atmosferica di CO2 registrò un incremento eccezionalmente elevato: secondo l'Organizzazione meteorologica mondiale contribuirono sia le emissioni umane sia incendi più intensi e un minore assorbimento da parte di terre e oceani, in un anno molto caldo condizionato da El Niño. Il pozzo terrestre scese a circa 1,9 miliardi di tonnellate di carbonio, contro una media di 2,4 miliardi nel decennio precedente.
Ma il dato successivo è altrettanto importante: la stima preliminare per il 2025 indica un recupero a circa 3,1 miliardi di tonnellate. Non possiamo quindi interpretare un singolo anno come prova del collasso dei pozzi naturali. La preoccupazione scientifica riguarda piuttosto la tendenza di fondo: il riscaldamento sta sottraendo progressivamente efficienza a meccanismi che finora hanno limitato l'accumulo atmosferico di CO2.
È qui che il ciclo del carbonio può trasformarsi in una retroazione positiva. Più CO2 significa più riscaldamento; più riscaldamento può significare meno carbonio assorbito da vegetazione e oceani; meno assorbimento lascia più CO2 nell'atmosfera, producendo ulteriore riscaldamento. A questo circuito si possono aggiungere incendi, mortalità forestale, degradazione delle torbiere e disgelo del permafrost.

Il contributo della biosfera può diminuire
Non significa che tutti questi sistemi siano destinati improvvisamente a “spegnersi”, né che esista un unico punto di non ritorno globale. Significa però che il contributo gratuito fornito dalla biosfera potrebbe diminuire man mano che la temperatura cresce. Il Planetary Health Check 2026 dedica proprio ai pozzi di carbonio uno dei suoi approfondimenti principali, inserendone la vulnerabilità nel quadro più generale dell'indebolimento della resilienza del sistema Terra.

Il conto arriva alla natura
Un pozzo di carbonio non è soltanto una macchina climatica. È quasi sempre anche un ecosistema. Proteggere una foresta significa conservare habitat, regolare l'acqua, limitare l'erosione e sostenere biodiversità. Salvaguardare una torbiera significa contemporaneamente trattenere carbonio, acqua e specie specializzate. Mangrovie, praterie marine e zone umide costiere immagazzinano il cosiddetto blue carbon, ma proteggono anche le coste, offrono nursery ai pesci e attenuano l'impatto delle mareggiate. Quando questi ambienti vengono degradati accadono quindi due cose: parte del carbonio accumulato può tornare nell'atmosfera e contemporaneamente scompaiono servizi ecosistemici. L'IPCC segnala che i cambiamenti climatici stanno già modificando processi naturali collegati all'approvvigionamento idrico e alimentare, all'impollinazione, alla salute, al turismo e ai mezzi di sostentamento delle popolazioni. Clima e biodiversità, in questo senso, sono due facce dello stesso problema.

Se i pozzi naturali assorbono meno carbonio, per ottenere la stessa concentrazione atmosferica dobbiamo emetterne ancora meno. È una semplice conseguenza del bilancio. Il Global Carbon Budget 2025 stima che, dall'inizio del 2026, restino circa 170 miliardi di tonnellate di CO2 compatibili con una probabilità del 50% di limitare il riscaldamento a 1,5 °C: equivalgono a circa quattro anni di emissioni ai livelli del 2025.
L'indebolimento dei pozzi non aggiunge soltanto un problema ambientale, ma rende più difficile stabilizzare il clima. Più riscaldamento significa inoltre maggiore esposizione a ondate di calore, incendi, siccità, precipitazioni estreme e alterazioni degli ecosistemi da cui dipendono agricoltura, pesca e disponibilità d'acqua. I pozzi di carbonio sembrano lontani dalla vita quotidiana. In realtà contribuiscono a determinare quanta parte delle nostre emissioni rimane nell'aria e, quindi, quale clima dovranno affrontare società ed economie.

Non basta piantare alberi
La conclusione potrebbe sembrare semplice: più alberi equivalgono a più carbonio sottratto all'atmosfera. Ma la realtà è molto più complessa. Una nuova foresta richiede decenni per accumulare grandi quantità di carbonio, mentre distruggere un ecosistema antico può liberare rapidamente stock costruiti in secoli. Specie, clima, disponibilità d'acqua, incendi e gestione determinano inoltre la durata dell'accumulo. La FAO stima che le foreste mondiali abbiano continuato a funzionare come pozzo nel periodo 2021-2025, ma le emissioni legate alla conversione forestale ne hanno cancellato gran parte del beneficio. Proteggere gli stock già esistenti, evitare deforestazione e drenaggio delle torbiere e restaurare gli ecosistemi degradati è quindi essenziale. Ma i pozzi naturali non sostituiscono la riduzione delle emissioni fossili: possono rallentare l'accumulo della CO2 che produciamo, non farla scomparire indefinitamente.
Per oltre un secolo foreste, suoli e oceani hanno assorbito silenziosamente una parte enorme del carbonio prodotto dall'industrializzazione. Continueranno probabilmente a farlo, ma non esiste alcuna legge naturale che garantisca che lo facciano sempre con la stessa efficienza. Il vero rischio non è che la Terra smetta improvvisamente di respirare. È che, mentre continuiamo ad aumentare la quantità di CO2 che le chiediamo di assorbire, il suo respiro diventi progressivamente più corto.

