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Coltivare con meno acqua

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Siccità e caldo spingono l’agricoltura europea verso irrigazione di precisione, riuso e suoli più resilienti

L’estate 2026 ha mostrato con particolare evidenza un problema destinato a diventare strutturale per l’agricoltura europea: l’acqua non può più essere considerata una risorsa disponibile nelle stesse quantità e negli stessi periodi del passato.

Ad agosto il  Joint Research Centre della Commissione europea ha segnalato deficit idrici eccezionali e temperature elevate in vaste aree dell’Europa occidentale e centrale, con effetti su mais, girasole, prati e pascoli. Per alcune colture estive le previsioni di resa sono scese fino al 14% sotto la media degli ultimi cinque anni.

Ma adattarsi non significa semplicemente irrigare di più. L’agricoltura è già il maggiore consumatore netto di acqua in Europa e il cambiamento climatico aumenterà la domanda proprio mentre renderà più irregolare l’offerta. La sfida diventa quindi produrre utilizzando ogni metro cubo in modo più efficace, trattenere maggiormente l’acqua nei suoli, recuperare risorse oggi disperse e, in alcuni casi, cambiare colture e sistemi produttivi.

La siccità non è più solo mediterranea

La geografia della scarsità idrica europea sta cambiando. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, ogni anno circa il 30% del territorio dell’Unione sperimenta condizioni di stress idrico almeno stagionale. Nel 2023 il fenomeno ha interessato il 28% del territorio e il 32% della popolazione.

Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, Malta e Cipro restano particolarmente esposti, ma periodi di scarsità interessano ormai anche bacini di Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi e altri Paesi dell’Europa centrale. Nell’agosto 2026 condizioni di allerta erano presenti anche nel bacino del Danubio e nell’Italia settentrionale.

Il paradosso dell’irrigazione estiva

L’agricoltura amplifica questa vulnerabilità perché il picco della domanda irrigua coincide con i mesi nei quali portate fluviali e disponibilità delle falde tendono a diminuire. La sola Europa meridionale rappresenta circa il 60% dei prelievi agricoli dell’UE e le proiezioni indicano che aumenteranno sia le superfici che avranno bisogno di irrigazione sia il fabbisogno delle aree già irrigate.

Dare acqua solo quando serve

Una prima risposta è smettere di irrigare secondo calendari rigidi. Sensori di umidità nel terreno, stazioni meteorologiche, immagini satellitari, modelli di evapotraspirazione e sistemi automatizzati permettono oggi di stimare con maggiore precisione quanta acqua sia effettivamente disponibile nella zona esplorata dalle radici.

L’irrigazione può così iniziare quando la coltura ne ha realmente bisogno e interrompersi prima che l’acqua scenda al di sotto dello strato utilizzabile dalle piante. Anche la distribuzione conta: sostituire sistemi superficiali poco controllati con irrigazione a goccia o sotterranea può ridurre evaporazione e perdite durante l’applicazione.

L’Agenzia europea dell’ambiente stima che il passaggio dall’irrigazione superficiale alla goccia possa ridurre i prelievi del 10-40% in funzione delle condizioni locali. La digitalizzazione permette inoltre di differenziare le quantità all’interno dello stesso appezzamento, evitando di fornire la stessa dose a terreni che hanno capacità di ritenzione, esposizione e sviluppo vegetativo differenti.

Irrigare meno, ma nel momento giusto

Risparmiare acqua non significa necessariamente soddisfare sempre il 100% della domanda teorica della pianta. L’irrigazione deficitaria controllata consiste nel fornire intenzionalmente meno acqua rispetto alla piena evapotraspirazione, concentrandola nelle fasi nelle quali la coltura è più sensibile allo stress.

Un deficit durante un periodo relativamente tollerante può produrre una perdita di resa limitata rispetto all’acqua risparmiata; lo stesso deficit durante fioritura o formazione del frutto può invece compromettere il raccolto. Per questo la tecnica richiede conoscenze specifiche per specie, varietà e fase fenologica.

Studi raccolti dalla FAO mostrano che colture come cotone, frumento, girasole e, con modalità differenti, mais, soia e patata possono essere gestite con strategie di questo tipo. Revisioni scientifiche indicano per alcune modalità di irrigazione deficitaria risparmi nell’ordine del 20-30% con effetti ridotti sulla resa. Non è però una ricetta universale: quando la disponibilità idrica scende sotto determinate soglie, il danno produttivo può crescere rapidamente.

Il primo serbatoio è il suolo

Una parte dell’acqua agricola non deve essere fornita da una pompa: può essere conservata nel terreno. Un suolo ricco di sostanza organica, ben strutturato e biologicamente attivo presenta una maggiore porosità, favorisce l’infiltrazione e può trattenere più a lungo l’umidità disponibile per le radici.

Al contrario, compattazione, lavorazioni eccessive, erosione e perdita di carbonio organico accelerano il ruscellamento e riducono la capacità del terreno di funzionare come riserva. Coperture vegetali, residui colturali, rotazioni, compost, riduzione delle lavorazioni e siepi possono contribuire a migliorare questa funzione.

La FAO sottolinea che un terreno resistente alla siccità deve innanzitutto catturare la pioggia quando arriva, conservarla e renderla accessibile alle radici. Il principio acquista ancora più importanza con precipitazioni meno frequenti ma più intense: l’obiettivo non è soltanto ricevere abbastanza millimetri di pioggia durante l’anno, ma impedire che gran parte di quell’acqua scorra rapidamente verso fossi e fiumi senza entrare nel profilo del suolo.

Recuperare l’acqua già utilizzata

Un’altra risorsa è quella che esce dai depuratori. Il riuso delle acque reflue urbane opportunamente trattate permette di sostituire una parte dei prelievi da fiumi, laghi e falde con una fonte relativamente prevedibile anche durante i periodi secchi.

Dal 2023 il Regolamento europeo 2020/741 stabilisce requisiti comuni per l’impiego delle acque affinate nell’irrigazione agricola, con classi di qualità differenti in funzione delle colture e delle modalità di distribuzione. Per i prodotti consumati crudi e direttamente esposti all’acqua servono standard microbiologici particolarmente stringenti; per altre coltivazioni possono essere utilizzate classi diverse accompagnate da misure di gestione del rischio.

Il potenziale europeo è ancora poco sfruttato: la Commissione stima che nell’UE venga riutilizzato circa un miliardo di metri cubi di acque urbane trattate ogni anno e che il volume tecnicamente recuperabile possa essere circa sei volte superiore. Il riuso richiede però reti separate, trattamenti affidabili, energia, monitoraggi e controllo di sali e contaminanti.

Cambiare coltura può valere più della tecnologia

Non tutta l’acqua risparmiabile passa dagli impianti. Una parte deriva dalle decisioni agronomiche: varietà con cicli più brevi, date di semina diverse, portinnesti capaci di esplorare strati più profondi, specie più tolleranti allo stress e rotazioni adatte alle nuove condizioni climatiche possono ridurre l’esposizione alla siccità.

Ma “resistente alla siccità” non significa semplicemente capace di sopravvivere senza acqua. Una coltura deve mantenere una resa economicamente sufficiente e una qualità commerciabile. La scelta va quindi fatta considerando clima, suolo, mercato e disponibilità idrica dell’intero bacino. Nelle regioni più esposte potrebbe diventare progressivamente meno razionale sostenere colture molto idroesigenti utilizzando falde in declino o risorse destinate anche ad altri settori.

L’Agenzia europea dell’ambiente include proprio selezione di colture meno esigenti, diversificazione, miglioramento del suolo e gestione più efficiente degli input tra le principali strategie per aumentare la resilienza agricola. L’adattamento può quindi significare non soltanto coltivare nello stesso modo consumando meno acqua, ma ripensare che cosa conviene coltivare.

L’ombra dei pannelli può aiutare

Anche l’agrivoltaico può entrare nella gestione dell’acqua, purché venga progettato insieme alla coltura e non semplicemente sovrapposto al campo. I pannelli riducono la radiazione solare che raggiunge il terreno e possono abbassare temperatura ed evaporazione, creando un microclima meno stressante nelle ore più calde.

Uno studio sul mais ha misurato riduzioni dell’apporto irriguo comprese tra il 19 e il 47% rispetto a parcelle non ombreggiate, mentre una revisione pubblicata nel 2025 indica miglioramenti dell’efficienza d’uso dell’acqua nell’ordine del 20-47% nei casi analizzati.

Il beneficio non è automatico. Troppa ombra può rallentare lo sviluppo e ridurre la produzione: nello stesso filone di studi sono state osservate risposte molto diverse tra specie e configurazioni. Sistemi dinamici, altezza dei moduli, distanza tra le file e percentuale di copertura devono quindi essere adattati al clima e alla coltura. L’agrivoltaico può diventare uno strumento del rapporto acqua-energia-cibo, ma solo quando la produzione agricola resta una componente reale del progetto.

Trattenere l’acqua nel paesaggio

L’adattamento non si esaurisce all’interno dell’azienda. Fossi vegetati, zone umide, siepi, fasce tampone, piccoli invasi e aree destinate alla laminazione possono rallentare il deflusso e aumentare la quantità di acqua trattenuta nel territorio.

Dove le condizioni geologiche lo consentono, parte delle precipitazioni può contribuire anche alla ricarica delle falde. È una logica opposta a quella che per decenni ha puntato soprattutto ad allontanare rapidamente l’acqua dai campi.

Con eventi meteorologici più estremi, invece, lo stesso territorio deve riuscire a gestire due problemi apparentemente contrari: troppa acqua in poche ore e troppo poca nelle settimane successive. La nuova Strategia europea per la resilienza idrica mette proprio il ripristino del ciclo dell’acqua e l’aumento della capacità di ritenzione tra gli strumenti centrali di adattamento.

L’obiettivo indicato dalla Commissione è migliorare l’efficienza idrica dell’UE di almeno il 10% entro il 2030, combinando infrastrutture, riduzione delle perdite, digitalizzazione e soluzioni basate sulla natura.

Il paradosso dell’irrigazione efficiente

C’è però un rischio meno intuitivo. Un impianto a goccia può utilizzare meno acqua per ettaro, ma questo non significa automaticamente che il bacino idrografico finirà per consumarne meno. Se l’acqua apparentemente risparmiata viene utilizzata per ampliare la superficie irrigata, introdurre colture più esigenti o aumentare il numero dei cicli produttivi, il consumo complessivo può rimanere invariato o persino crescere.

Inoltre una parte di quella che a scala aziendale appare una “perdita” può tornare nel sistema sotto forma di drenaggio o ricarica della falda ed essere utilizzata più a valle. La FAO distingue per questo tra risparmi apparenti, ottenuti riducendo i prelievi locali, e risparmi reali, che diminuiscono effettivamente il consumo non recuperabile a scala di bacino.

Uno studio pubblicato nell’agosto 2026 su bacini aridi cinesi ha documentato proprio la sequenza “risparmio nel campo, espansione dell’irrigazione, squilibrio nel bacino”. L’efficienza tecnologica deve quindi essere accompagnata da limiti ai prelievi e da una contabilità idrica che consideri l’intero sistema.

Produrre per metro cubo

Il cambiamento più profondo riguarda forse l’indicatore con cui valutare l’agricoltura. In condizioni di acqua abbondante l’obiettivo è stato tradizionalmente massimizzare la produzione per ettaro. In un clima più caldo e secco diventa sempre più importante anche la produttività dell’acqua, cioè quanto alimento, valore economico o biomassa vengono prodotti per ogni metro cubo realmente consumato.

Non significa rinunciare alle rese, ma evitare di ottenerle trasferendo il problema alle falde, ai fiumi o agli ecosistemi. Sensori, goccia, riuso, varietà resilienti, agrivoltaico e suoli ricchi di sostanza organica sono strumenti diversi dello stesso cambiamento.

Nessuno, da solo, può compensare una siccità estrema o una gestione eccessiva dei prelievi. Il futuro dell’agricoltura europea dipenderà quindi meno dalla ricerca di una nuova sorgente inesauribile e più dalla capacità di combinare tecnologia, agronomia e governo delle risorse. Coltivare con meno acqua non significa semplicemente irrigare meno: significa fare in modo che l’acqua disponibile resti più a lungo nel territorio e produca più valore prima di lasciarlo.

Aurelio Coppi

Esperto di architettura e urbanistica, saltuariamente scrivo anche di architettura e cantiere