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- Di Arianna Andalusi
Stagni e pozze sembrano marginali, ma concentrano biodiversità e regolano carbonio, nutrienti e resilienza alla siccità
Un lago compare sulle carte geografiche. Uno stagno spesso no. Può occupare poche centinaia di metri quadrati, prosciugarsi durante l’estate o essere nato semplicemente da una depressione del terreno, da un vecchio scavo o dall’attività agricola. Per molto tempo questi piccoli specchi d’acqua sono rimasti ai margini della ricerca e delle politiche ambientali, oscurati dai grandi laghi e dai fiumi.
Eppure una ricerca pubblicata il 14 ottobre 2026 su Nature Ecology & Evolution, basata su 206 piccoli corpi idrici distribuiti in sette Paesi europei, mostra che le loro dimensioni possono essere ingannevoli. Dove aumenta la biodiversità, aumenta anche la capacità dello stagno di svolgere contemporaneamente diverse funzioni ecologiche. In alcuni casi sono proprio gli organismi più piccoli, come lo zooplancton, a fare la differenza. E l’effetto sembra diventare ancora più importante nelle regioni aride, dove l’acqua è già una risorsa limitante.

Piccoli solo sulla mappa
Con “stagno” non si indica necessariamente un ambiente naturale incontaminato. La categoria comprende piccoli bacini permanenti o temporanei, pozze, specchi d’acqua agricoli, vasche urbane e persino alcuni bacini realizzati per raccogliere le acque meteoriche. Lo studio europeo considera piccoli corpi d’acqua inferiori a circa un ettaro. Presi singolarmente sembrano irrilevanti, ma sono numerosissimi: secondo il Leibniz Institute of Freshwater Ecology and Inland Fisheries, nel loro insieme i piccoli corpi idrici rappresentano oltre il 30% della superficie globale delle acque interne ferme. La loro importanza deriva soprattutto dalla densità con cui punteggiano il territorio. Ogni stagno può diventare un habitat, ma una rete di stagni crea qualcosa di più: una sequenza di punti di passaggio attraverso i quali anfibi, insetti, piante e altri organismi possono spostarsi e colonizzare nuovi ambienti. Sono le cosiddette pondscapes, paesaggi di stagni collegati ecologicamente anche quando non esiste una connessione fisica tra le acque.

Dentro uno stagno
Per capire che cosa rende importanti questi ecosistemi, i ricercatori non hanno contato soltanto le specie. Nei 206 stagni hanno raccolto circa 2.500 osservazioni di biodiversità, analizzando quattro grandi gruppi: piante acquatiche, zooplancton, macroinvertebrati e anfibi. Contemporaneamente hanno misurato processi come produzione primaria, decomposizione della materia organica, accumulo di biomassa, sequestro del carbonio, emissioni di metano e complessità dell’habitat.
Il concetto centrale è quello di multifunzionalità. Un ecosistema non deve infatti fare bene una sola cosa: deve produrre materia organica, riciclare nutrienti, sostenere reti alimentari, offrire habitat e partecipare ai cicli del carbonio e dell’acqua contemporaneamente. Il risultato dello studio è netto: gli stagni con maggiore diversità biologica tendevano a mostrare una maggiore multifunzionalità. La biodiversità non appare quindi soltanto come qualcosa da conservare, ma come una componente del funzionamento stesso dell’ecosistema.


Il potere dello zooplancton
La sorpresa maggiore riguarda organismi che spesso misurano pochi millimetri. Lo zooplancton comprende piccoli crostacei e altri animali sospesi nell’acqua che si alimentano, tra le altre cose, di alghe e microrganismi. La sua diversità è risultata uno dei migliori indicatori del buon funzionamento complessivo degli stagni studiati. Dove erano presenti più specie di zooplancton, i ricercatori hanno osservato generalmente concentrazioni inferiori di clorofilla-a, utilizzata come indicatore della crescita algale, e minori emissioni di metano.
Il meccanismo mostra quanto una rete alimentare possa produrre conseguenze che arrivano fino al clima: piccoli erbivori acquatici controllano parte della biomassa algale, trasferiscono energia verso altri livelli della catena alimentare e modificano indirettamente decomposizione e processi microbici. La funzione di uno stagno, quindi, non dipende necessariamente dall’animale più grande o più visibile. Può dipendere da una comunità che a occhio nudo quasi non vediamo.
Carbonio, ma anche metano
Gli stagni partecipano al ciclo del carbonio in maniera complessa. Piante e alghe catturano CO2 attraverso la fotosintesi e parte del carbonio può accumularsi nei sedimenti. Ma sul fondo, dove l’ossigeno scarseggia, microrganismi specializzati possono decomporre la materia organica producendo metano, un gas serra molto potente. Non è quindi corretto descrivere automaticamente ogni piccolo specchio d’acqua come un pozzo di carbonio.
Il bilancio dipende da nutrienti, temperatura, vegetazione, profondità e condizioni idrologiche. Le ricerche del progetto europeo PONDERFUL indicano che l’aumento dei nutrienti e, in parte, della temperatura può incrementare le emissioni di gas serra dagli stagni, mentre ridurre l’apporto di nutrienti può favorire il sequestro netto di carbonio. Anche le piante acquatiche sommerse possono attenuare alcuni effetti dell’aumento della temperatura e dell’eutrofizzazione. È un piccolo laboratorio biogeochimico nel quale pochi centimetri d’acqua possono separare assorbimento ed emissione di carbonio.

Quando arriva troppo cibo
Il principale nemico emerso dallo studio europeo è paradossalmente l’abbondanza. Azoto e fosforo provenienti da fertilizzanti, reflui e altre sorgenti possono entrare nei piccoli bacini e provocare eutrofizzazione. Le alghe proliferano, l’acqua diventa torbida e, quando la biomassa muore e viene decomposta, aumenta il consumo di ossigeno. Le comunità biologiche cambiano e alcune specie scompaiono. Nei 206 stagni analizzati, concentrazioni più elevate di nutrienti erano associate a una diminuzione della multifunzionalità. Il problema è particolarmente importante perché molti stagni si trovano proprio all’interno o ai margini dei terreni agricoli. Il progetto PONDERFUL ha rilevato che la presenza di coltivazioni intensive nelle immediate vicinanze aumenta l’eutrofizzazione e può ridurre la ricchezza di diversi gruppi di organismi acquatici. Un bacino piccolo è infatti anche molto esposto: ciò che succede nei cento metri circostanti può modificarne rapidamente la chimica.

Riserva nella siccità
La relazione tra biodiversità e funzionamento degli stagni è risultata particolarmente forte nelle regioni più aride. Una possibile spiegazione è la complementarità tra le specie: quando le condizioni diventano difficili, organismi differenti utilizzano risorse e occupano nicchie diverse, consentendo all’ecosistema di continuare a funzionare anche se alcune specie vengono penalizzate.
È una forma di assicurazione biologica. In un clima europeo caratterizzato da siccità più frequenti e temperature elevate, questa caratteristica acquista un valore particolare. Gli stagni permanenti possono diventare punti d’acqua e rifugi durante i periodi secchi, mentre quelli temporanei ospitano comunità specializzate proprio nell’alternanza tra fase acquatica e asciutta. Ma il prosciugamento non è neutro: PONDERFUL ha osservato che durante la fase secca gli stagni temporanei possono diventare sorgenti di CO2 e che reti ecologiche come quelle tra piante e impollinatori risultano meno complesse quando manca l’acqua.


Autostrade per gli anfibi
Rane, rospi e tritoni spiegano forse meglio di qualsiasi altra specie perché non basta proteggere il singolo stagno. Molti anfibi trascorrono soltanto una parte della vita nell’acqua e hanno bisogno di spostarsi tra siti riproduttivi, boschi, prati e rifugi terrestri. Una popolazione può scomparire da uno stagno e successivamente essere ricostituita da animali provenienti da un altro bacino vicino. Se le distanze diventano troppo grandi o il territorio intermedio viene occupato da strade, edifici o agricoltura intensiva, il sistema perde questa capacità.
Per questo gli ecologi parlano di reti di stagni. Il valore non è soltanto nella qualità del singolo habitat, ma nel numero, nella distribuzione e nella connettività degli specchi d’acqua. I dati raccolti dal progetto europeo confermano che questi elementi devono essere considerati insieme per mantenere biodiversità, resilienza e servizi ecosistemici. La scomparsa dei piccoli bacini è stata infatti indicata tra i fattori che hanno contribuito al declino degli anfibi europei.
Migliaia di acque invisibili
Il problema è che spesso non sappiamo nemmeno quanti piccoli bacini esistano. Le dimensioni ridotte li rendono difficili da cartografare con i normali inventari e persino con alcune immagini satellitari. Un censimento pubblicato nel 2026 ha identificato in Germania oltre 260.000 piccoli laghi e stagni compresi tra 10 m² e 0,5 km². Nel bacino del Po, una ricerca basata su telerilevamento e archivi regionali aveva già individuato più di 12.650 piccoli corpi idrici lentici, con una forte presenza di stagni agricoli e laghi originati da vecchie attività estrattive. Sono numeri che mostrano quanto questa componente del paesaggio possa sfuggire alle statistiche pur essendo diffusa. La tecnologia satellitare sta migliorando, ma più il bacino è piccolo, stagionale o circondato da vegetazione, più facilmente può scomparire anche dalle mappe. Per proteggere le piccole acque bisogna prima riuscire a vederle.
Le dimensioni producono anche un curioso paradosso normativo. La Direttiva quadro europea sulle acque ha costruito un sistema sofisticato per valutare lo stato ecologico di fiumi e laghi, ma per i laghi il sistema standard utilizza 0,5 km², cioè 50 ettari, come soglia minima. Nel 2024 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha confermato che i laghi inferiori a questa superficie non sono automaticamente soggetti agli stessi obblighi di caratterizzazione e monitoraggio previsti dalla direttiva, pur lasciando agli Stati la possibilità di includerli e mantenendo tutele rispetto agli impatti sugli altri corpi idrici. Uno stagno di mezzo ettaro può quindi essere biologicamente preziosissimo, ma troppo piccolo per entrare nei principali programmi obbligatori di monitoraggio delle acque. È uno dei motivi per cui la ricerca europea insiste sulla necessità di integrare questi ambienti nelle politiche di biodiversità e ripristino.

Quanti ne abbiamo persi
ùLe stime sono necessariamente incerte proprio perché mancano inventari omogenei, ma l’IGB indica che tra il 50 e il 90% dei piccoli corpi idrici sarebbe scomparso in alcune parti d’Europa nell’ultimo secolo. Le cause sono numerose: bonifiche, drenaggio agricolo, urbanizzazione, interramento naturale accelerato dall’eutrofizzazione e trasformazione dei paesaggi rurali. Un piccolo stagno può essere eliminato senza la percezione di aver distrutto una vera zona umida: bastano una ruspa e poche ore di lavoro. Moltiplicato per migliaia di casi, però, il risultato è la progressiva semplificazione della rete di habitat. Ogni perdita aumenta le distanze tra i bacini rimasti e riduce la possibilità delle specie di spostarsi. Non sparisce quindi soltanto una pozza: si indebolisce la struttura ecologica del paesaggio che la circonda.
Qui emerge anche una caratteristica positiva: rispetto a molti altri ecosistemi, uno stagno può essere relativamente semplice da ricreare. Il programma europeo PONDERFUL, basato su oltre 1.900 stagni e otto siti dimostrativi, ha studiato creazione e ripristino come possibili soluzioni basate sulla natura contro perdita di biodiversità, scarsità idrica e alcuni effetti del cambiamento climatico.

Non basta però scavare una buca e riempirla d’acqua. Profondità differenti, sponde dolci, vegetazione adatta, assenza di specie invasive, qualità dell’acqua e soprattutto vicinanza ad altri habitat determinano il risultato. La Commissione europea raccomanda, dove possibile, di creare nuovi stagni vicino a quelli esistenti proprio per facilitarne la colonizzazione naturale. In molti casi non è neppure necessario introdurre animali: se il sito è progettato correttamente e il paesaggio circostante conserva una biodiversità sufficiente, la natura può arrivare da sola.

Un filtro, non una discarica
Creare nuovi bacini non significa però poterli utilizzare come recipienti per tutto ciò che il territorio deve smaltire. Gli stagni raccolgono facilmente sostanze trasportate dal ruscellamento: fertilizzanti, sedimenti, pesticidi, metalli e perfino particelle originate dall’usura degli pneumatici. Proprio perché sono piccoli e hanno un elevato rapporto tra superficie e volume, possono reagire rapidamente alla contaminazione. Fasce di vegetazione tra campi e acqua possono ridurre l’ingresso diretto di nutrienti e sedimenti, mentre una corretta gestione del bacino circostante è spesso più importante degli interventi effettuati dentro lo stagno. La nuova ricerca rafforza questo principio: non basta aumentare il numero dei bacini se la loro acqua viene continuamente caricata di azoto e fosforo. Quantità e qualità devono crescere insieme.

Una rete contro il clima
Pensare agli stagni come singoli oggetti rischia infine di farci perdere il punto più importante. Un paesaggio resiliente contiene ambienti differenti collegati tra loro: boschi, prati, siepi, fiumi, zone umide e piccoli specchi d’acqua. PONDERFUL ha mostrato che numero, distribuzione e connessioni tra i bacini influenzano biodiversità e servizi ecosistemici e ha sviluppato strumenti specifici per utilizzare le pondscapes come soluzioni basate sulla natura. Non saranno pochi stagni a fermare il cambiamento climatico o a evitare un’alluvione. Possono però aumentare la diversità degli habitat, trattenere localmente acqua, sostenere specie durante la siccità e rendere il paesaggio meno uniforme e quindi meno vulnerabile. È una strategia fatta di moltissimi piccoli interventi invece che di una sola grande infrastruttura.
Siamo abituati a misurare l’importanza della natura attraverso la grandezza: una foresta sembra più preziosa di una siepe, un lago più importante di uno stagno. L’ecologia racconta qualcosa di diverso. La funzione di un habitat dipende anche dalla posizione, dalla biodiversità e dai collegamenti che crea con ciò che lo circonda.
Lo studio dei 206 stagni europei aggiunge ora un elemento decisivo: più vita può significare anche più funzioni svolte contemporaneamente, e questa relazione diventa particolarmente importante proprio dove il clima rende l’acqua più difficile da conservare.
Uno stagno può essere largo pochi metri. Al suo interno, però, si incontrano ciclo dell’acqua, carbonio, metano, nutrienti, predatori, alghe, insetti e anfibi. E attorno a quella piccola superficie può dipendere la possibilità di una specie di attraversare un intero paesaggio.
Forse il problema non è che queste acque siano troppo piccole per contare. È che, per troppo tempo, siamo stati noi a contarle troppo poco.


