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La batteria che respira CO2

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  • INFO POINT
  • Di Redazione BoLab

A Piacenza nasce il cuore di un accumulo che conserva elettricità usando CO2, turbine e un ciclo termodinamico chiuso

Non contiene litio e, a rigore, non è nemmeno una batteria nel significato tradizionale del termine. La CO2 Battery sviluppata dall’italiana Energy Dome immagazzina l’elettricità trasformandola temporaneamente in energia termica e meccanica attraverso l’anidride carbonica. La tecnologia sta ora passando alla produzione industriale: l’8 ottobre l’azienda ha inaugurato ufficialmente a Piacenza il proprio hub manifatturiero, dal quale partiranno i componenti destinati agli impianti realizzati in diversi continenti.

Il funzionamento sfrutta le proprietà fisiche della CO2. Quando nella rete c’è elettricità in eccesso, per esempio nelle ore di forte produzione solare o eolica, il gas viene prelevato da una grande cupola a pressione atmosferica, compresso e condensato fino allo stato liquido. Il calore generato dalla compressione viene conservato. Quando serve nuovamente energia, il processo viene invertito: la CO2 liquida viene riscaldata, evapora e si espande attraversando una turbina che produce elettricità, per poi tornare nella cupola. Il gas rimane all’interno di un circuito chiuso e non viene emesso nell’atmosfera durante il normale ciclo operativo.

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Il vantaggio cercato è soprattutto la durata. Energy Dome indica sistemi capaci di fornire energia per 8-24 ore, con un’efficienza complessiva dichiarata superiore al 70% e una vita operativa prevista oltre i 30 anni. La tecnologia utilizza principalmente acciaio, acqua e CO2 e non richiede litio o altri metalli critici tipici di molte batterie elettrochimiche. I valori sulle prestazioni sono però quelli dichiarati dal produttore e dovranno essere confermati dall’esperienza di un numero crescente di impianti commerciali.

A Piacenza vengono realizzate soprattutto le grandi cupole di accumulo, che nella configurazione standard possono contenere circa 2.000 tonnellate di CO2. Il piano industriale prevede altri 6,5 milioni di euro di investimenti, il triplicamento della capacità produttiva e una crescita dell’organico fino a 80-90 persone entro il 2028.

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Il primo dome prodotto internamente è già partito per Kudgi, in India, dove sarà utilizzato in un impianto da 20 MW e 160 MWh, capace quindi di erogare la potenza nominale per otto ore. Altri progetti sono previsti negli Stati Uniti e in Irlanda. La Banca europea per gli investimenti ha inoltre sostenuto lo sviluppo della tecnologia italiana con finanziamenti destinati anche alla sua espansione su scala commerciale.

Con solare ed eolico sempre più presenti nelle reti elettriche, la sfida non è infatti soltanto produrre energia senza combustibili fossili, ma conservarla abbastanza a lungo da poterla usare quando il Sole e il vento non collaborano. A Piacenza si prova a farlo mettendo la CO2, questa volta, dalla parte della soluzione.