- INFO POINT
- Di Aurelio Coppi
- Proteggere non significa restaurare
- Un quinto entro il 2030
- Restituire spazio ai fiumi
- Le torbiere tornano bagnate
- Campi con più vita
- Anche le città sono ecosistemi
- Ricostruire il mare
- Foreste, ma non solo alberi
- Dalla legge ai territori
- Il laboratorio italiano
- Il problema dei dati
- Quanto costa riparare
- Riparare non cancella il danno
Dai fiumi alle torbiere, l’UE avvia il ripristino degli ecosistemi degradati. Ora la sfida passa ai territori
Per decenni proteggere la natura ha significato soprattutto impedire che ciò che ancora funzionava venisse distrutto. Oggi in Europa questo non basta più. Troppi fiumi sono frammentati, troppe zone umide prosciugate, troppi habitat ridotti a isole separate tra loro. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, l’81% degli habitat protetti dell’Unione è in condizioni cattive o inadeguate, insieme al 62% delle specie diverse dagli uccelli valutate dalle direttive europee.
Da qui nasce un cambio di prospettiva: non soltanto conservare ciò che resta, ma ricostruire almeno parte dei processi ecologici perduti. È l’obiettivo del Regolamento europeo sul ripristino della natura, entrato in vigore nel 2024 e arrivato nel settembre 2026 a uno dei passaggi decisivi: la presentazione dei primi Piani nazionali con cui gli Stati devono trasformare gli obiettivi europei in interventi reali.

Proteggere non significa restaurare
Un bosco inserito in un’area protetta può essere degradato. Un fiume non inquinato può essere ecologicamente compromesso da dighe e briglie. Una torbiera può esistere ancora sulla carta, ma essere stata prosciugata al punto da perdere gran parte delle proprie funzioni. Conservazione e ripristino non sono quindi sinonimi. Restaurare significa intervenire sulle cause che hanno alterato un ecosistema e permettergli di recuperare struttura, biodiversità e capacità di funzionare. A seconda del luogo può voler dire eliminare una barriera fluviale, ripristinare il livello dell’acqua in una zona umida, ricreare siepi nei paesaggi agricoli oppure semplicemente interrompere una pressione e lasciare spazio alla successione naturale. Non sempre dunque servono grandi opere: anche la rinuncia a un intervento può diventare una misura di ripristino quando consente ai processi ecologici di ripartire.
Un quinto entro il 2030
Il numero destinato a diventare il riferimento è 20%. Il regolamento stabilisce che entro il 2030 gli Stati membri mettano complessivamente in atto misure di ripristino su almeno il 20% delle superfici terrestri e il 20% di quelle marine dell’Unione comprese nel suo campo di applicazione. Entro il 2050 le misure dovranno interessare tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino.
Per molti habitat terrestri, costieri, d’acqua dolce e marini degradati la progressione prevista è ancora più precisa: interventi sul 30% delle superfici interessate entro il 2030, sul 60% entro il 2040 e sul 90% entro il 2050, pur con deroghe e adattamenti previsti dal regolamento. Non significa che nel 2030 un quinto dell’Europa dovrà essere trasformato in riserva naturale: significa che su quelle superfici dovranno essere attivate misure capaci di riportare gli ecosistemi verso condizioni migliori.



Restituire spazio ai fiumi
Uno degli obiettivi più visibili riguarda l’acqua: almeno 25.000 km di fiumi europei dovranno tornare a scorrimento libero entro il 2030. Nei corsi d’acqua la continuità conta quasi quanto la qualità chimica. Dighe, briglie, traverse e piccoli sbarramenti interrompono la migrazione dei pesci, modificano il movimento dei sedimenti e separano il fiume dalle proprie pianure alluvionali.
L’EEA stima che sulle aste fluviali europee possano esistere oltre un milione di barriere, moltissime di piccole dimensioni e in alcuni casi ormai prive di una funzione. Restaurare non significa eliminare indistintamente ogni opera idraulica. Dove una barriera è necessaria può essere resa più permeabile mediante passaggi per la fauna o bypass; dove è obsoleta può essere rimossa. Riconnettere un fiume significa inoltre restituirgli, dove possibile, spazio per espandersi durante le piene e ricostruire zone umide e habitat ripariali.
Le torbiere tornano bagnate
Tra gli ambienti più interessanti per il rapporto tra biodiversità e clima ci sono le torbiere. Questi ecosistemi accumulano lentamente materia organica in condizioni ricche d’acqua e povere di ossigeno, trattenendo grandi quantità di carbonio. Quando vengono drenati, invece, l’ossigeno penetra nella torba e accelera la decomposizione, trasformando il terreno in una fonte di gas serra.
Il regolamento prevede interventi sui suoli organici agricoli costituiti da torbiere drenate: almeno il 30% entro il 2030, il 40% entro il 2040 e il 50% entro il 2050. Solo una parte dovrà essere effettivamente reidratata e il testo contiene flessibilità legate alle condizioni locali; inoltre l’obbligo per gli Stati non si traduce automaticamente nell’obbligo per ogni agricoltore o proprietario privato di allagare i propri terreni. Il principio ecologico, però, è semplice: una torbiera funziona come torbiera soprattutto quando torna ad avere acqua.

Campi con più vita
Anche i paesaggi agricoli sono ecosistemi. Per questo il ripristino europeo non riguarda soltanto foreste e zone selvagge. Nei territori coltivati dovranno migliorare indicatori come farfalle delle praterie, uccelli agricoli, carbonio organico del suolo ed elementi del paesaggio ad alta diversità, dalle siepi ai margini vegetati. Un capitolo specifico riguarda gli impollinatori: gli Stati devono invertire il declino delle loro popolazioni entro il 2030 e ottenere successivamente una tendenza crescente.
Non si tratta semplicemente di aumentare il numero delle api allevate. Gli impollinatori comprendono migliaia di specie selvatiche con esigenze diverse e dipendono dalla presenza di habitat, fioriture distribuite nel tempo e connessioni ecologiche. Per capire se le misure funzionano, l’Unione ha previsto anche un sistema armonizzato di monitoraggio: restaurare la natura, in altre parole, dovrà produrre risultati misurabili, non soltanto nuove superfici colorate di verde sulle mappe.


Anche le città sono ecosistemi
La natura da restaurare arriva fino ai marciapiedi. Entro la fine del 2030 gli Stati dovranno evitare una perdita netta, rispetto al 2024, della superficie complessiva di verde urbano e copertura arborea nelle aree considerate dal regolamento, con alcune eccezioni per quelle già particolarmente verdi. Dopo il 2030 dovrà iniziare una tendenza all’aumento. Il punto non è soltanto estetico.
Alberi, suoli permeabili, parchi e corsi d’acqua urbani possono ridurre le temperature locali, rallentare il deflusso della pioggia, creare habitat e rendere più permeabili territori spesso coperti quasi interamente da cemento e asfalto. Il monitoraggio utilizzerà anche i dati satellitari del programma europeo Copernicus. Per una politica nata dalla biodiversità è un passaggio significativo: ripristinare la natura significa intervenire anche nell’ambiente in cui vive la maggior parte degli europei.
Ricostruire il mare
Sotto la superficie del mare restaurare diventa ancora più complesso. Il regolamento comprende habitat come praterie di fanerogame marine, fondali sedimentari, habitat rocciosi e ambienti profondi, insieme alle aree necessarie a specie come cetacei, squali e uccelli marini. Una prateria marina degradata, per esempio, non è soltanto un insieme di piante scomparse: significa perdere nursery per molte specie, capacità di trattenere sedimenti e parte dello stoccaggio del cosiddetto carbonio blu.
Ma il mare pone una difficoltà particolare: le pressioni possono arrivare da pesca, inquinamento, riscaldamento, acidificazione e infrastrutture contemporaneamente. Per numerosi habitat marini degradati il regolamento prevede anche qui interventi sul 30% delle superfici entro il 2030, con obiettivi progressivi per 2040 e 2050. Restaurare un ecosistema marino significa quindi spesso ridurre diverse pressioni nello stesso momento, non semplicemente ricostruire fisicamente un habitat.

Foreste, ma non solo alberi
Anche nel bosco piantare alberi è soltanto una parte della storia. La salute di un ecosistema forestale viene valutata attraverso elementi molto diversi: connettività tra le foreste, presenza di alberi di età differenti, popolazioni di uccelli, carbonio organico e persino quantità di legno morto in piedi e sul terreno. Quello che a un osservatore può apparire come disordine rappresenta infatti habitat per insetti, funghi, microrganismi e numerose altre specie.
Il regolamento affianca a questi indicatori l’impegno europeo a contribuire alla messa a dimora di almeno tre miliardi di alberi aggiuntivi entro il 2030, ma secondo principi ecologici. Un ripristino forestale efficace, quindi, non coincide necessariamente con riempire rapidamente una superficie di giovani alberi uguali: l’obiettivo è ricostruire un ecosistema capace di mantenere biodiversità, cicli dei nutrienti e resilienza nel tempo.
Dalla legge ai territori
Il passaggio decisivo è cominciato il 1° settembre 2026, termine previsto dal regolamento per la presentazione delle bozze dei Piani nazionali di ripristino. I documenti devono individuare superfici, ecosistemi e interventi necessari per raggiungere i diversi obiettivi, oltre a delineare il percorso verso il 2040 e il 2050. La Commissione europea, con il supporto dell’EEA, dispone di sei mesi per valutarli e formulare osservazioni; i piani definitivi sono previsti entro il 1° settembre 2027.
Non esisterà quindi un unico gigantesco progetto europeo. Ogni Paese dovrà tradurre gli stessi obiettivi generali in strategie adattate a clima, territorio, attività economiche e stato degli ecosistemi locali. Il regolamento prevede espressamente margini di flessibilità e successive revisioni dei piani sulla base dei risultati ottenuti.


Il laboratorio italiano
Per l’Italia il compito è particolarmente articolato per la varietà di ambienti presenti: Alpi, pianure fortemente urbanizzate, Appennini, grandi sistemi fluviali, coste e un’estesa superficie marina. Il Piano Nazionale di Ripristino è coordinato dal Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica insieme al Ministero dell’Agricoltura, con ISPRA come riferimento scientifico e tecnico.
La preparazione ha previsto analisi degli habitat, individuazione delle misure esistenti utilizzabili, consultazione degli stakeholder e valutazione di benefici, impatti socioeconomici e fabbisogni finanziari. L’impostazione dichiarata è partire anche dagli interventi già previsti da altri strumenti, purché compatibili con la definizione europea di ripristino. Il piano non viene inoltre concepito come un documento immutabile: dovrà essere aggiornato con nuovi dati, monitoraggi e risultati degli interventi.


Il problema dei dati
Sapere che cosa restaurare può essere quasi difficile quanto restaurarlo. La stessa Agenzia europea dell’ambiente ricorda che una parte delle valutazioni sugli habitat deriva ancora da indagini incomplete o giudizi esperti e che esistono lacune importanti nel monitoraggio. Questo spiega perché il regolamento attribuisca tanto peso a cartografia, indicatori standardizzati, rilevamenti sul campo e telerilevamento attraverso Copernicus.
Un prato apparentemente verde può essere poverissimo di specie; un bosco esteso può essere ecologicamente frammentato; un fiume dall’acqua limpida può essere quasi impossibile da attraversare per un pesce migratore. La superficie, da sola, dice poco. La grande sfida scientifica sarà quindi capire se gli interventi stanno realmente riportando funzioni ecologiche, e non soltanto modificando l’aspetto del territorio.
Quanto costa riparare
Restaurare ecosistemi richiede terreno, progettazione, monitoraggio e soprattutto tempo. Una valutazione della Commissione pubblicata nel 2026 stima per l’Unione un fabbisogno nell’ordine di 11,8-13,1 miliardi di euro l’anno, indicando la necessità di combinare risorse pubbliche e private. La stessa Commissione valuta che i benefici economici del ripristino possano superare gli investimenti, grazie a servizi come impollinazione, protezione dalle alluvioni, qualità dell’acqua, stoccaggio del carbonio e riduzione di alcuni rischi naturali.
Sono stime aggregate, però, mentre costi e benefici possono ricadere su soggetti e territori differenti. È uno dei nodi dell’attuazione: una misura vantaggiosa per un bacino idrografico nel suo complesso può comportare costi specifici per agricoltori, proprietari o amministrazioni locali. Per questo i piani nazionali devono integrare anche valutazioni socioeconomiche, finanziamento e coinvolgimento dei soggetti interessati.

Riparare non cancella il danno
Il ripristino ha infine un limite fondamentale: un ecosistema ricostruito non equivale automaticamente a quello perduto. Un bosco antico non può essere sostituito in pochi anni da una piantagione, una torbiera impiega tempi lunghissimi per accumulare carbonio e alcune popolazioni animali possono non tornare semplicemente perché un habitat viene ricreato. Restaurare e proteggere devono quindi procedere insieme. La stessa architettura europea affianca gli interventi di recupero agli strumenti già esistenti per la conservazione e punta a migliorare habitat che oggi, nonostante decenni di tutela, rimangono in larga parte in condizioni insoddisfacenti.

L’esperimento europeo parte dunque da un’idea apparentemente semplice: la natura non è soltanto qualcosa da lasciare intatto, ma anche qualcosa che può essere aiutato a funzionare di nuovo. Il risultato non si misurerà nel numero di alberi piantati o di progetti finanziati, ma nel ritorno degli impollinatori, nella continuità dei fiumi, nell’acqua che torna nelle torbiere, nei suoli che recuperano carbonio e negli habitat che ritrovano specie e connessioni. È qui che il ripristino smette di essere una parola amministrativa e diventa una domanda scientifica molto concreta: quanto siamo ancora capaci di restituire spazio ai processi naturali che abbiamo interrotto?

