- INFO POINT
- Di Aurelio Coppi
- La fabbrica senza fatture
- Il capitale che non vediamo
- Quanto vale un alveare?
- La zona umida come argine
- La natura entra nei bilanci
- Anche le banche dipendono
- Ma un bosco vale quanto?
- Il pericolo del prezzo
- Esiste un valore senza prezzo
- Chi decide il valore?
- Non tutto deve diventare euro
- Il prezzo dell’invisibile
Acqua, impollinazione, suoli e foreste sostengono l’economia. Ma trasformare la natura in euro può essere utile e pericoloso
Quanto vale una foresta? La risposta più semplice potrebbe essere il prezzo del legname che contiene. Ed è probabilmente anche la risposta più sbagliata. Quella stessa foresta trattiene carbonio, regola l’acqua, limita l’erosione, riduce alcune conseguenze delle alluvioni, raffresca il territorio, ospita impollinatori e offre uno spazio nel quale camminare. Gran parte di queste funzioni non produce una fattura e quindi rimane quasi invisibile all’economia.
È da questo paradosso che nasce il concetto di servizi ecosistemici: provare a identificare ciò che gli ecosistemi fanno per noi e, in alcuni casi, attribuirgli anche un valore economico. L’idea sta entrando nei bilanci nazionali, nelle valutazioni finanziarie e nelle politiche europee. Ma porta con sé una domanda difficile: rendere visibile economicamente la natura significa proteggerla meglio o ridurla a qualcosa che può essere comprato e venduto?

La fabbrica senza fatture
Gli ecosistemi producono continuamente servizi dei quali utilizziamo i risultati. Il sistema delle Nazioni Unite per la contabilità economico-ambientale, il SEEA Ecosystem Accounting, li raggruppa in tre grandi categorie. Ci sono servizi di approvvigionamento, come pesce, legname e altri materiali; servizi di regolazione, dalla depurazione dell’acqua all’impollinazione, dal controllo dell’erosione alla regolazione climatica; e servizi culturali, legati a ricreazione, paesaggio e significati attribuiti alla natura.
La differenza rispetto a una normale attività economica è evidente: nessuna foresta emette una fattura per aver rallentato una piena e nessun insetto chiede un compenso dopo aver impollinato un frutteto. Finché questi processi funzionano, tendiamo quindi a considerarli gratuiti. Il loro valore diventa spesso evidente soltanto quando smettono di funzionare e dobbiamo sostituirli artificialmente.

Il capitale che non vediamo
Da qui nasce l’espressione capitale naturale: lo stock costituito da ecosistemi, specie, acqua, suoli e altre risorse naturali dal quale derivano flussi di benefici nel tempo. La metafora è volutamente economica. Un'impresa che vende i propri macchinari per finanziare le attività correnti può mostrare entrate oggi mentre riduce la capacità di produrre domani.
Qualcosa di simile può accadere a un Paese che aumenta il PIL distruggendo foreste, impoverendo suoli o sovrasfruttando popolazioni ittiche. Il PIL misura principalmente il flusso di produzione di beni e servizi, non dice se il patrimonio che rende possibile quella produzione si stia accumulando oppure consumando. La Banca Mondiale utilizza per questo una misura più ampia della ricchezza che comprende, insieme a capitale prodotto e umano, anche quello naturale. Tra il 1995 e il 2020 la ricchezza reale pro capite derivante da diverse categorie di territorio naturale è diminuita a livello globale.

Quanto vale un alveare?
Attribuire un prezzo non significa necessariamente mettere qualcosa sul mercato. Gli economisti utilizzano metodi differenti. Un servizio può essere valutato attraverso il costo evitato: quanto danno in meno produce una zona umida durante un’alluvione? Oppure attraverso il costo necessario per sostituirlo: quanto dovremmo spendere per ottenere artificialmente acqua della stessa qualità? In altri casi si osserva l’aumento della produzione agricola associato all’impollinazione oppure quanto le persone spendono per raggiungere un parco naturale. Esistono anche metodi basati sulla disponibilità dichiarata a pagare per conservare un luogo o una specie. Le Nazioni Unite hanno formalizzato procedure per registrare sia i flussi fisici dei servizi ecosistemici sia, quando appropriato, il loro valore monetario. Ma valori ottenuti con metodi differenti non sono automaticamente intercambiabili: non esiste un listino universale della natura.


La zona umida come argine
Immaginiamo una pianura attraversata da un fiume. Una zona umida collegata al corso d’acqua può trattenere temporaneamente parte della piena, rallentare il deflusso, accumulare sedimenti, depurare l’acqua e contemporaneamente ospitare specie animali e vegetali. Bonificarla può generare immediatamente terreno utilizzabile e quindi un beneficio economico facilmente contabilizzato. La capacità di attenuare le piene perduta, invece, compare nei conti soltanto quando bisogna costruire nuove opere oppure pagare i danni.
È uno dei motivi per cui l’Unione europea attribuisce oggi un valore economico anche al ripristino degli ecosistemi: la Commissione stima che ogni euro investito nel restauro della natura possa generare tra 4 e 38 euro di benefici, a seconda dell’ecosistema e dei servizi considerati. Non è il “prezzo della natura”: è una stima dei benefici che il suo funzionamento può produrre per la società.
La natura entra nei bilanci
Questa logica non è più confinata all’economia ambientale. Nel 2021 la Commissione statistica delle Nazioni Unite ha adottato il SEEA Ecosystem Accounting come quadro statistico internazionale. Gli ecosistemi possono così essere registrati in base alla loro estensione, condizione e capacità di generare servizi, mettendo queste informazioni in relazione con le attività economiche.
Non è necessario monetizzare tutto: una contabilità può indicare ettari di zona umida, quantità di carbonio sequestrato o disponibilità di acqua anche in termini fisici. Il passaggio è importante perché consente di affiancare al tradizionale conto economico una sorta di stato patrimoniale ecologico. Più di trenta Paesi hanno già utilizzato forme di contabilità ecosistemica nella definizione delle politiche. L’obiettivo è impedire che una risorsa diventi economicamente visibile soltanto quando viene estratta, tagliata o trasformata.


Anche le banche dipendono
La perdita di natura è entrata persino nella valutazione dei rischi finanziari. La Banca centrale europea considera ormai il degrado degli ecosistemi una possibile fonte di rischio per imprese, banche, prezzi e catene di approvvigionamento. Una precedente analisi della BCE aveva rilevato che circa il 75% dei finanziamenti bancari alle imprese dell’area euro è collegato ad aziende fortemente dipendenti da almeno un servizio ecosistemico.
Agricoltura e pesca sono esempi intuitivi, ma le dipendenze arrivano molto più lontano: costruzioni e industria utilizzano acqua e materiali, il turismo dipende dal paesaggio, l’energia idroelettrica dalle precipitazioni e dai bacini, molte catene alimentari dalla fertilità del suolo e dall’impollinazione. Nel 2025 la BCE ha iniziato a tradurre queste relazioni in scenari di nature value-at-risk, cercando di capire quale quota della produzione potrebbe essere messa a rischio dalla perdita di determinati servizi naturali.

Ma un bosco vale quanto?
Qui comincia la parte difficile. Se una foresta assorbe carbonio, possiamo attribuire un valore a quella funzione utilizzando il prezzo o il costo sociale della CO2. Possiamo stimare il valore della produzione di legname o delle attività ricreative. Possiamo perfino quantificare una parte della regolazione idrologica. La somma, però, non coincide con il valore della foresta. Alcune funzioni sono difficili da misurare, altre non vengono ancora comprese completamente e altre ancora possono essere uniche.
Inoltre i valori cambiano con il luogo: lo stesso ettaro di vegetazione può avere un'enorme importanza per la protezione idrica vicino a una città e un significato completamente diverso altrove. La contabilità ecosistemica delle Nazioni Unite riconosce infatti esplicitamente che la dimensione spaziale è fondamentale. La natura non è una materia prima omogenea che può essere spostata indifferentemente da un punto all’altro.

Il pericolo del prezzo
Se assegnare un valore economico rende visibile ciò che prima veniva ignorato, esiste anche il rischio opposto: pensare che ciò che ha un prezzo possa sempre essere sostituito da qualcosa dello stesso prezzo. Non è così. La Banca Mondiale riconosce che la sostituibilità tra capitale naturale e altri tipi di capitale può diventare molto limitata quando ecosistemi e risorse diventano scarsi o si avvicinano a soglie critiche.
Una specie estinta non può essere ricomprata con il profitto ottenuto dalla sua scomparsa. Una foresta primaria non diventa ecologicamente equivalente a una piantagione soltanto perché entrambe contengono un determinato volume di legno. E un ecosistema degradato può raggiungere stati dai quali il recupero diventa estremamente difficile. La contabilità economica è quindi uno strumento utile soltanto finché non viene confusa con l’idea che ogni perdita sia compensabile.


Esiste un valore senza prezzo
L’IPBES, la piattaforma scientifica internazionale sulla biodiversità, ha dedicato un intero rapporto proprio a questo problema. Dopo aver analizzato oltre 13.000 fonti, gli esperti hanno concluso che le decisioni economiche e politiche tendono a privilegiare un insieme troppo ristretto di valori della natura, soprattutto quelli immediatamente monetizzabili. Esistono invece più di cinquanta metodi per valutarla e non tutti utilizzano denaro.
Una comunità può attribuire a un fiume un valore culturale o spirituale; una specie può essere considerata importante indipendentemente dall’utilità che produce per l’uomo; un paesaggio può rappresentare identità, memoria e appartenenza. IPBES distingue per questo valori strumentali, intrinseci e relazionali. Ridurre tutti e tre a una sola cifra significa perdere informazioni proprio mentre stiamo cercando di aggiungerne.
Chi decide il valore?
C’è anche una questione di potere. Una diga può produrre energia per milioni di persone e contemporaneamente cancellare un luogo dal quale dipende una piccola comunità. Una foresta può avere valore globale per il carbonio, nazionale per il legname e locale per acqua, cibo e identità culturale. Quale di questi valori deve prevalere? Secondo l’IPBES, soltanto una minima parte degli studi di valutazione analizzati ha coinvolto realmente gli stakeholder in tutte le fasi del processo. Il problema quindi non è soltanto come calcolare il valore, ma chi ha il diritto di stabilire quale valore conti. Monetizzare può rendere confrontabili alternative diverse, ma può anche nascondere conflitti distributivi: un progetto può mostrare un beneficio economico netto per la collettività mentre costi e vantaggi ricadono su persone completamente differenti.

Non tutto deve diventare euro
La soluzione che sta emergendo non consiste quindi nello scegliere tra due estremi: ignorare completamente l’economia della natura oppure assegnare un cartellino del prezzo a ogni albero. Il SEEA permette di affiancare indicatori fisici e monetari; l’IPBES raccomanda di considerare contemporaneamente valori ecologici, economici, sociali e culturali.
Un'amministrazione può sapere quanti ettari di zona umida possiede, in quali condizioni si trovano, quanta acqua trattengono, quante specie ospitano e quali costi di alluvione possono contribuire a evitare. Soltanto alcune di queste informazioni devono necessariamente diventare euro. La valutazione economica può così diventare uno degli strumenti della decisione, non il suo arbitro definitivo.

Il prezzo dell’invisibile
Per secoli abbiamo costruito l’economia su una convenzione molto particolare: il legno estratto da una foresta ha un prezzo, mentre la capacità della stessa foresta di trattenere acqua, carbonio e suolo può valere zero nei conti fino al giorno in cui viene perduta. La contabilità del capitale naturale cerca di correggere questa asimmetria. Non perché una lontra, un bosco o un torrente abbiano bisogno di un prezzo per esistere, ma perché le nostre decisioni attribuiscono già implicitamente loro un valore ogni volta che scegliamo se conservarli o distruggerli.
Forse quindi la domanda iniziale è formulata male. Non dovremmo chiederci se la natura abbia un valore: dipendiamo abbastanza da lei perché la risposta sia evidente. La domanda difficile è un’altra: quanto riusciamo a misurare di quel valore senza convincerci, alla fine, di averlo misurato tutto?

