- INFO POINT
- Di Nunzio Manfredi
- Un continente che si scalda
- Più caldo, più pazienti
- L’edificio accumula calore
- L’isola di calore entra in corsia
- Anche chi cura soffre
- Quando soffrono le macchine
- Anche un’operazione cambia
- Raffreddare non è semplice
- Prima del condizionatore
- Preparare reparti più freschi
- Un ospedale dipende dalla città
- L’estate diventa una stagione critica
- Prepararsi prima dell’allarme
- Curare senza riscaldare
- L’ospedale del nuovo clima
Il caldo riempie i pronto soccorso e mette sotto stress reparti, macchine e personale. Gli ospedali devono adattarsi
Proprio ora che il caldo molla la presa, occorre fare un discorso di prospettiva in vista dei prossimi anni.: un ospedale dovrebbe essere uno dei luoghi più sicuri durante un’ondata di calore. Ma che cosa succede quando anche l’ospedale comincia a surriscaldarsi? È una domanda destinata a diventare sempre più importante in Europa.
Temperature estreme significano più persone con disidratazione, problemi cardiovascolari e respiratori, aggravamento di malattie croniche e colpi di calore. Contemporaneamente, però, reparti, sale operatorie, apparecchiature, sistemi informatici e personale devono continuare a funzionare dentro edifici spesso progettati per un clima diverso. Il 16 ottobre 2026 l’Organizzazione mondiale della sanità ha richiamato l’attenzione proprio su questo paradosso: il caldo non mette sotto pressione soltanto chi ha bisogno di cure. Può ridurre anche la capacità del sistema sanitario di fornirle. Il cambiamento climatico trasforma così l’ospedale da semplice luogo della risposta a infrastruttura che deve essere protetta dal rischio climatico.

Un continente che si scalda
Il problema è particolarmente rilevante in Europa, il continente che si sta riscaldando più rapidamente. Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, la durata e l’intensità delle ondate di calore pericolose per la salute sono già aumentate e continueranno a crescere in tutti gli scenari climatici, soprattutto nell’Europa meridionale. Tra il 1980 e il 2023 il caldo è stato associato alla grande maggioranza delle vittime europee provocate dagli eventi meteorologici e climatici estremi.
Nel solo 2023 sono stati stimati poco meno di 48.000 decessi legati alle alte temperature. A questa esposizione si aggiunge l’invecchiamento della popolazione: proprio anziani e persone con malattie cardiovascolari, renali, respiratorie o metaboliche sono tra i gruppi più vulnerabili. Gli stessi individui che più facilmente vengono colpiti dal caldo sono quindi quelli che più frequentemente dipendono da ospedali, strutture residenziali e assistenza sanitaria.

Più caldo, più pazienti
Durante un’ondata di calore il primo effetto sull’ospedale arriva dall’esterno. Aumentano malori, disidratazione e aggravamenti di patologie già presenti, mentre farmaci e condizioni sociali possono rendere alcune persone meno capaci di termoregolarsi. In Portogallo, tra il 2000 e il 2018, i ricoveri giornalieri sono risultati mediamente più alti del 19% durante i giorni di ondata di calore. Nel Regno Unito il 2026 ha mostrato concretamente che il caldo può trasformare la tradizionale pressione invernale sulla sanità in una pressione anche estiva: a maggio i pronto soccorso inglesi hanno registrato circa 2,46 milioni di accessi, all’epoca il valore mensile più alto mai registrato, mentre luglio ha successivamente superato i 2,5 milioni. Le alte temperature non sono l’unica causa di questi numeri, ma NHS England le ha indicate tra i fattori che hanno aumentato domanda e aggravamento delle patologie.
L’edificio accumula calore
Un ospedale non reagisce alla temperatura esterna come un termometro. Muri, tetti, superfici vetrate e apparecchiature accumulano energia durante il giorno e possono continuare a rilasciarla durante la notte. È per questo che una successione di giornate molto calde può essere più problematica di un singolo picco. L’OMS sottolinea che molti edifici sanitari europei non sono stati progettati per estati caratterizzate da lunghi periodi di caldo e soprattutto da notti che non consentono all’edificio di raffreddarsi. Alcuni ospedali hanno finestre con aperture limitate per ragioni di sicurezza, caratteristiche costruttive poco adatte alla ventilazione naturale o reparti nei quali apparecchiature e persone producono continuamente calore. L’emergenza arriva quindi quando la temperatura non riesce più a scendere sufficientemente tra una giornata e la successiva.


L’isola di calore entra in corsia
C’è poi il luogo in cui gli ospedali vengono costruiti. Molti si trovano nei centri urbani, dove asfalto, cemento e ridotta vegetazione producono temperature superiori a quelle delle aree circostanti. L’Osservatorio europeo sul clima e la salute stima che quasi metà degli ospedali e delle scuole nelle città europee si trovi in aree caratterizzate da un forte effetto isola di calore urbana, superiore a 2 °C.
Non significa che all’interno di ogni struttura faccia necessariamente due gradi in più, ma che molti edifici destinati proprio alle persone più vulnerabili sono inseriti nei punti delle città nei quali il calore esterno viene amplificato. Il progetto dell’ospedale e quello della città diventano così inseparabili: alberi, ombreggiamento, pavimentazioni, tetti e superfici permeabili possono incidere sull’esposizione termica prima ancora che entri in funzione un climatizzatore.

Anche chi cura soffre
Il caldo non colpisce soltanto i pazienti. Nel 2026 un gruppo dell’Università di Augusta ha studiato 681 lavoratori di un grande ospedale della Germania meridionale, affiancando questionari a misurazioni reali della temperatura negli ambienti di lavoro. Il 38,7% dei partecipanti mostrava livelli elevati o molto elevati di stress termico percepito.
Tra i sintomi più frequentemente riportati comparivano stanchezza, difficoltà di concentrazione e vertigini, insieme a una riduzione percepita della capacità lavorativa. Il problema era maggiore per il personale con attività fisicamente impegnative e nelle zone più calde dell’edificio, in particolare ai piani superiori. In un ospedale la questione assume un significato particolare: perdita di concentrazione, affaticamento e disidratazione interessano professionisti che devono assumere decisioni, somministrare farmaci, movimentare pazienti e svolgere procedure che richiedono precisione.
Quando soffrono le macchine
L’ospedale moderno dipende da apparecchiature sensibili quanto i suoi pazienti. Temperature eccessive possono compromettere sistemi informatici, server, diagnostica e refrigerazione. Uno studio condotto sul sistema sanitario inglese dopo l’estate calda del 2019 ha raccolto testimonianze di server room surriscaldate, frigoriferi per medicinali andati in avaria e apparecchiature diagnostiche temporaneamente inutilizzabili.
In alcuni reparti di terapia intensiva e nelle sale che ospitavano risonanze magnetiche, le alte temperature arrivarono a ridurre la disponibilità di letti o strumenti. L’OMS ha nuovamente richiamato questi rischi nel 2026: record clinici digitali, sistemi di raffreddamento delle apparecchiature e catene di approvvigionamento possono essere disturbati quando il caldo investe contemporaneamente edificio, rete elettrica e infrastrutture esterne.



Anche un’operazione cambia
Esistono poi effetti meno intuitivi. La temperatura può interferire direttamente con alcuni processi clinici. L’OMS cita, per esempio, gli interventi ortopedici nei quali vengono utilizzati cementi ossei: se l’ambiente è troppo caldo, il materiale può indurire più rapidamente del previsto e rendere necessario ritardare o modificare l’attività chirurgica.
È un esempio apparentemente marginale, ma rivela un principio più ampio; medicina e tecnologia sanitaria funzionano all’interno di condizioni ambientali definite: temperature, umidità, qualità dell’aria e stabilità elettrica fanno parte dell’infrastruttura clinica tanto quanto i dispositivi. Quando il clima porta questi parametri fuori dalle condizioni previste, il problema non è più soltanto il comfort. Può cambiare la possibilità stessa di eseguire alcune cure in sicurezza.
Raffreddare non è semplice
La soluzione più immediata sembrerebbe climatizzare tutto. In un ospedale, però, il problema è più complesso rispetto a un ufficio o a un centro commerciale. La ventilazione deve garantire anche controllo delle infezioni, qualità dell’aria e pressioni differenti tra alcuni ambienti. Ricircolare grandi quantità d’aria senza adeguata filtrazione può aumentare il rischio di trasportare agenti biologici da un locale all’altro.
Alcuni reparti richiedono quindi sistemi specifici e non possono semplicemente adottare le soluzioni utilizzate negli edifici commerciali. L’OMS sottolinea che controllo della temperatura e prevenzione delle infezioni devono essere affrontati contemporaneamente. A ciò si aggiunge la domanda elettrica: nelle ore più calde migliaia di climatizzatori funzionano insieme proprio mentre anche altri edifici richiedono più energia, aumentando la pressione sulla rete. Raffreddare l’ospedale è necessario, ma deve essere progettato come parte di un sistema resiliente.
Prima del condizionatore
Per questo l’adattamento non può basarsi soltanto sulla produzione di freddo. Le indicazioni dell’OMS includono ombreggiamento, isolamento, ventilazione adeguata, materiali riflettenti, gestione delle finestre, vegetazione e altre strategie di raffrescamento passivo.
Schermare una superficie prima che venga colpita dal Sole richiede meno energia che raffreddarla dopo che si è surriscaldata. Tetti e facciate più riflettenti possono diminuire l’assorbimento della radiazione; alberi e vegetazione creano ombra e raffrescamento evaporativo; una migliore coibentazione limita l’ingresso del calore.
Nei nuovi ospedali queste soluzioni possono essere integrate nel progetto. Negli edifici esistenti, spesso molto vecchi, gli interventi devono invece essere adattati a strutture già operative e nelle quali non è possibile interrompere facilmente le attività. È qui che la resilienza climatica diventa anche un problema di manutenzione e programmazione degli investimenti.


Preparare reparti più freschi
Non tutto richiede una ristrutturazione completa. Durante le ondate di calore alcune strutture stanno identificando aree di riposo raffrescate per il personale, reparti più freschi nei quali trasferire temporaneamente i pazienti vulnerabili, punti d’acqua facilmente accessibili e sistemi mobili di raffreddamento.
La gestione può prevedere inoltre modifiche dei turni, maggiori scorte, controllo delle temperature interne e procedure specifiche per i pazienti più fragili. L’OMS insiste sul fatto che queste misure debbano essere predisposte prima dell’emergenza, non improvvisate quando il termometro sale. L’edificio deve essere monitorato come un sistema clinico: conoscere quali stanze diventano più calde, quali apparecchiature sono sensibili e quali reparti hanno minore possibilità di ventilazione consente di intervenire prima che la temperatura diventi critica.
Un ospedale dipende dalla città
Anche il miglior edificio non è completamente autonomo. Un’ondata di calore può mettere sotto pressione la rete elettrica, interrompere trasporti, rallentare consegne e influenzare la disponibilità del personale. Un blackout durante temperature estreme è particolarmente pericoloso proprio perché l’energia serve contemporaneamente a ventilazione, climatizzazione, conservazione dei medicinali, diagnostica e dispositivi medici.
Le strutture sanitarie dispongono normalmente di sistemi di emergenza, ma la resilienza deve considerare eventi prolungati e combinati. Il caldo può inoltre coincidere con incendi e inquinamento atmosferico, aumentando ulteriormente gli accessi e complicando la gestione dell’aria interna. Per l’OMS una struttura sanitaria resiliente deve quindi garantire non soltanto edifici robusti, ma anche energia, acqua, servizi igienici, personale e catene di fornitura capaci di continuare a funzionare durante gli eventi climatici.


L’estate diventa una stagione critica
Per molto tempo i sistemi sanitari europei hanno pianificato i momenti di maggiore pressione soprattutto attorno all’inverno, quando aumentano infezioni respiratorie e altre patologie stagionali. Il 2026 ha mostrato quanto rapidamente possa emergere una nuova stagionalità. Dopo le ondate di calore estive, NHS England ha dichiarato la necessità di preparare la pressione estiva con una logica simile a quella utilizzata per l’inverno.
È un cambiamento organizzativo importante. Scorte, personale, manutenzione degli impianti e disponibilità di letti devono essere programmati considerando che il caldo può generare contemporaneamente più domanda sanitaria e peggiori condizioni di lavoro. L’OMS ha aggiornato proprio nel 2026 le proprie linee guida sui piani caldo-salute, inserendo la resilienza dei sistemi sanitari tra gli otto elementi fondamentali della preparazione.
Prepararsi prima dell’allarme
Gli Heat–Health Action Plans proposti dall’OMS cercano di trasformare le previsioni meteorologiche in azioni sanitarie. Un’allerta non dovrebbe limitarsi a comunicare che farà caldo: deve attivare una sequenza programmata di decisioni. Controllare le persone fragili, aumentare la disponibilità del personale, verificare i sistemi di raffreddamento, preparare reparti e ambulanze, monitorare le temperature interne e coordinare servizi sanitari e sociali.
Nel giugno 2026 l’OMS Europa ha ricordato che, nonostante i progressi, più della metà dei Paesi della Regione europea non disponeva ancora di un piano caldo-salute completo. L’adattamento funziona: secondo le stime citate dall’organizzazione, nel 2023 le morti europee correlate al caldo sarebbero state circa l’80% più elevate in assenza delle misure già adottate. Ma proprio l’aumento dell’esposizione rende necessario passare dalla risposta occasionale a una preparazione strutturale.
Curare senza riscaldare
Esiste infine un’ultima contraddizione. Per proteggersi dal caldo gli ospedali devono consumare energia, ma il cambiamento climatico che rende necessario quel raffreddamento deriva proprio dalle emissioni energetiche globali. Rendere climatizzata ogni superficie senza migliorarne l’efficienza rischia quindi di spostare parte del problema.
Le indicazioni dell’OMS sulla resilienza sanitaria collegano per questo adattamento e sostenibilità: edifici efficienti, produzione rinnovabile, sistemi di backup, raffrescamento passivo e gestione intelligente dell’energia possono aumentare la sicurezza senza far crescere inutilmente consumi ed emissioni. Non significa sacrificare il comfort o la sicurezza clinica. Significa progettare un ospedale capace di mantenere condizioni adeguate consumando meno energia possibile per ottenerle.


L’ospedale del nuovo clima
Il cambiamento climatico sta modificando lentamente anche la definizione di infrastruttura sanitaria. Un ospedale non è resiliente soltanto perché dispone delle tecnologie mediche più avanzate. Deve poterle utilizzare durante un’ondata di calore, un blackout, un’alluvione o una crisi idrica.
Il caldo rende questa trasformazione particolarmente evidente perché agisce contemporaneamente su tutti gli elementi del sistema: fa aumentare i pazienti, affatica chi li cura, riscalda gli edifici, mette sotto stress le macchine e aumenta la domanda di energia necessaria per continuare a lavorare.
La temperatura di una corsia può sembrare un dettaglio rispetto alla sofisticazione di una risonanza magnetica o di una sala operatoria. In realtà è parte della stessa tecnologia.
Un ospedale nasce per proteggere persone vulnerabili dall’ambiente esterno. Nel clima che stiamo costruendo, dovremo imparare a proteggere anche l’ospedale stesso.

