- INFO POINT
- Di Aurelio Coppi
- Il calamaro che scompare
- Quando arriva l’ondata
- Non basta andare a nord
- Il Mediterraneo accelera
- Il termometro nelle reti
- Anche i pesci cambiano taglia
- La sardina manda segnali
- Nuovi ospiti a tavola
- Mangiare l’invasore?
- Non cambia solo il nome
- Una filiera deve inseguire
- I confini restano fermi
- Anche gli allevamenti sentono caldo
- Pescare un mare mobile
- Imparare un nuovo menù
Il riscaldamento sposta pesci e calamari: cambiano ecosistemi, pesca e ciò che arriva sulle nostre tavole
Per secoli abbiamo associato determinati pesci a determinati mari. La sardina al Mediterraneo, il merluzzo ai mari freddi, alcune specie di calamaro alle acque dell’Asia orientale. Ma per un animale marino la geografia non è una carta politica: è soprattutto temperatura, ossigeno, salinità, profondità, disponibilità di cibo e presenza di predatori.
Quando queste condizioni cambiano, anche le popolazioni possono spostarsi, ridursi o essere sostituite da altre specie. Uno studio pubblicato nell’ottobre 2026 sul collasso della pesca del calamaro volante giapponese mostra quanto rapidamente questo processo possa trasformare un’intera risorsa commerciale. Nel Mediterraneo il fenomeno è già leggibile nelle catture: secondo ISPRA, i pesci che finiscono nelle reti italiane appartengono progressivamente a specie adattate ad acque più calde. Il cambiamento climatico, insomma, non sta modificando soltanto il mare: sta cominciando a modificare il nostro menù.


Il calamaro che scompare
Il Todarodes pacificus, calamaro volante giapponese, è stato per decenni una delle risorse ittiche più importanti di Corea, Giappone e Cina. In Corea del Sud le catture erano arrivate a circa 253.000 tonnellate nel 1996; nel 2024 erano scese ad appena 13.546 tonnellate, poco più del 5% di quel massimo.
Una ricerca pubblicata il 5 ottobre 2026 su Communications Earth & Environment ha analizzato osservazioni dal 1993 al 2025 individuando tre meccanismi climatici che agiscono insieme: deterioramento progressivo dell’habitat a causa del riscaldamento, ondate di calore marine particolarmente intense e ingresso nelle stesse acque di un predatore adattato a temperature maggiori, la ricciola giapponese Seriola quinqueradiata.
I modelli indicano che, continuando il riscaldamento, il rischio di arrivare a una condizione di catture regionali prossime allo zero potrebbe diventare concreto già negli anni Quaranta. Non è però soltanto una storia climatica: lo stock è stato sottoposto anche a una forte pressione di pesca. È precisamente l’interazione tra questi fattori a renderlo vulnerabile.
Quando arriva l’ondata
Una temperatura media più alta modifica lentamente l’habitat. Una ondata di calore marina può invece produrre uno shock in poche settimane. Sono periodi nei quali la temperatura del mare rimane eccezionalmente elevata rispetto alla climatologia locale e possono modificare migrazioni, riproduzione, crescita e disponibilità di prede.
Un altro studio del 2026 sul calamaro giapponese ha individuato una soglia oltre la quale le aree principali di pesca tendono a contrarsi: più di 16 giorni mensili di ondata di calore e un’intensità cumulativa superiore a 50 °C·giorno.
Non significa che esista una soglia universale valida per tutte le specie. Mostra però come eventi estremi possano avere effetti diversi dal semplice aumento graduale della temperatura. Per una popolazione migratrice basta che una zona fondamentale per alimentazione o riproduzione diventi temporaneamente inadatta perché l’intero ciclo biologico venga alterato. E le barche possono continuare a uscire nello stesso luogo anche quando il pesce ha già iniziato a muoversi altrove.

Non basta andare a nord
L’immagine più comune del cambiamento climatico marino è quella dei pesci che risalgono verso i poli seguendo acque più fresche. La realtà è molto meno ordinata. Uno studio pubblicato nel luglio 2026 su Nature Communications ha analizzato 92.961 campagne di pesca scientifica, 607 specie e quattro decenni di dati sulla piattaforma continentale europea.
Il risultato più netto non riguarda la latitudine, ma la profondità: circa il 60% delle popolazioni analizzate si è spostato mediamente verso acque più profonde. Gli spostamenti verso nord e sud erano invece quasi equilibrati. Una specie cerca infatti di inseguire la propria nicchia ecologica, non un punto sulla bussola. Temperatura, ossigeno, salinità, disponibilità alimentare e forma dei fondali possono rendere più vantaggioso scendere di profondità piuttosto che percorrere centinaia di chilometri. Nel Mediterraneo, inoltre, la geografia chiusa del bacino impone limiti che un pesce dell’Atlantico non incontra.


Il Mediterraneo accelera
Il nostro mare è particolarmente interessante perché rappresenta contemporaneamente un hotspot di biodiversità e una delle regioni marine più sensibili al riscaldamento. La Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo della FAO indica che il bacino si sta riscaldando circa il 20% più rapidamente della media globale, con ondate di calore marine più frequenti e crescenti pressioni su ecosistemi, pesca e acquacoltura.
Non tutte le sue zone rispondono allo stesso modo. Il Mediterraneo orientale è naturalmente più caldo di quello occidentale; il Canale di Suez offre inoltre una porta di ingresso a organismi provenienti dal Mar Rosso. Aumentare la temperatura significa quindi non soltanto stressare le specie mediterranee adattate ad acque relativamente fresche, ma rendere una porzione crescente del bacino compatibile con organismi termofili provenienti da altre regioni. È questo processo di progressiva sostituzione e riorganizzazione delle comunità che viene comunemente definito tropicalizzazione del Mediterraneo.
Il termometro nelle reti
Il cambiamento è già abbastanza forte da essere misurato direttamente nel pescato italiano. ISPRA utilizza un indicatore chiamato Mean Temperature of the Catch, temperatura media delle catture, che associa alle specie pescate la loro affinità termica.
Se nelle reti aumenta il peso relativo delle specie che preferiscono acque calde, l’indicatore sale. Nell’Adriatico è passato da 19,2 °C nel periodo 1987-1996 a 20 °C nel 2013-2023. Nel Mar Ionio e Mediterraneo centrale è salito da 20,3 a 22,2 °C, mentre nel Mar di Sardegna e Mediterraneo occidentale è passato da 20,5 a 22,5 °C. Quasi due gradi di differenza nella composizione termica del pescato in poco più di trent’anni non significano che l’acqua si sia scaldata esattamente della stessa quantità: significano che la composizione delle catture si è spostata verso specie con preferenze termiche più elevate. Il cambiamento ecologico è già arrivato sui pescherecci.

Anche i pesci cambiano taglia
Temperatura e pesca possono modificare non soltanto quali specie troviamo, ma anche la struttura delle loro popolazioni. Uno studio italiano pubblicato nel luglio 2026 su Scientific Reports ha analizzato nove specie commerciali del Mediterraneo centrale utilizzando dati indipendenti dalla pesca raccolti dal 2000 al 2023. Nei pesci ossei, la combinazione tra elevata pressione di pesca e temperature maggiori era associata a popolazioni con una quota superiore di individui piccoli. Il risultato è coerente con due processi differenti: la pesca tende a rimuovere gli individui più grandi, mentre temperature elevate possono modificare crescita e metabolismo.
Crostacei e cefalopodi hanno mostrato risposte differenti, probabilmente anche grazie a cicli vitali più brevi e maggiore plasticità. Il punto è importante per la pesca: due mari con lo stesso numero di individui non sono necessariamente equivalenti se cambia la loro taglia, perché cambiano biomassa, riproduzione, valore commerciale e ruolo nella rete alimentare.


La sardina manda segnali
Il Mediterraneo non sta però diventando semplicemente un mare nel quale specie tropicali sostituiscono ordinatamente quelle temperate. Alcune risorse tradizionali reagiscono in modo complesso. Nel febbraio 2026 gli esperti della GFCM hanno riesaminato le popolazioni di sardina e acciuga del Mediterraneo occidentale.
Per la sardina sono emersi in diverse aree segnali coerenti di minore crescita, peggiori condizioni corporee e struttura per età più compressa. L’acciuga mostra invece dinamiche più variabili. Gli specialisti ritengono che la sola pressione di pesca non sia sufficiente a spiegare ciò che si osserva e indicano cambiamenti ambientali che agiscono alla base della rete alimentare come componente importante.
Contemporaneamente, il rapporto FAO 2025 mostra che la gestione sta producendo risultati: nell’ultimo decennio la pressione di pesca regionale è diminuita significativamente e alcune popolazioni commerciali stanno recuperando. Questo rende ancora più chiaro il problema: gestire meglio la pesca rimane indispensabile, ma non può mantenere immutabile un ecosistema il cui l’ambiente fisico sta cambiando.
Nuovi ospiti a tavola
A questa trasformazione si aggiunge l’arrivo di specie non indigene. Nel Mediterraneo e nel Mar Nero ne sono state registrate oltre mille e più della metà ha formato popolazioni stabili. Non tutte sono invasive e non tutte devono il proprio arrivo al cambiamento climatico: trasporto navale, acquacoltura e soprattutto Canale di Suez rappresentano importanti vie di introduzione.
Il riscaldamento può però favorire la sopravvivenza e l’espansione delle specie provenienti da mari più caldi. Pesci coniglio, pesci leone e diversi crostacei sono esempi ormai familiari nel Mediterraneo orientale. Alcuni possono danneggiare habitat e pesca tradizionale; altri diventano a loro volta una risorsa. È successo con il granchio blu, specie non indigena problematica per molluschicoltura e reti da pesca, ma contemporaneamente sempre più commercializzata come alimento. La FAO-GFCM ha dedicato un programma di ricerca specifico proprio a capire come gestirne la pesca.

Mangiare l’invasore?
Trasformare una specie invasiva in prodotto alimentare sembra una soluzione perfetta: si riduce la pressione sull’ecosistema e contemporaneamente si crea reddito. Ma bisogna evitare un paradosso. Se nasce una filiera economicamente dipendente da quella specie, potrebbe emergere un incentivo a mantenerne la popolazione invece di eliminarla. Inoltre non tutte le specie introdotte sono commestibili, sicure o sufficientemente abbondanti per sostenere una pesca commerciale.
L’adattamento del mercato deve quindi essere inserito dentro una strategia ecologica, non sostituirla. Tuttavia imparare a utilizzare alcune nuove risorse può diventare importante per le comunità costiere. Il pescatore non controlla quale specie arriverà nelle proprie reti fra vent’anni; può però modificare attrezzi, stagioni, mercati e specie bersaglio. La capacità di adattamento della pesca dipenderà quindi anche dalla capacità dei consumatori di accettare un pesce diverso da quello che la tradizione ci ha insegnato a cercare.


Non cambia solo il nome
Cambiare specie può modificare anche il valore nutrizionale del pescato. Uno studio pubblicato nel 2025 su Food Policy ha analizzato il contributo di omega-3 delle catture locali nella provincia di Girona, nel Mediterraneo nordoccidentale, dal 2000 al 2023. L’aumento delle specie adattate ad acque più calde non è riuscito a compensare la perdita di omega-3 associata al declino delle specie temperate e fredde.
È un singolo caso regionale e non può essere automaticamente esteso all’intero Mediterraneo, ma dimostra un principio importante: una tonnellata di una specie non è nutrizionalmente equivalente a una tonnellata di un’altra. Quando cambia la composizione dell’ecosistema possono quindi cambiare contemporaneamente quantità disponibile, prezzo, qualità nutrizionale e cultura alimentare. La sicurezza alimentare marina non consiste soltanto nel mantenere un certo numero di tonnellate di pescato. Conta che cosa contengono quelle tonnellate.

Una filiera deve inseguire
Quando un pesce cambia distribuzione non si sposta soltanto un animale. Si sposta potenzialmente un’economia. Porti, imbarcazioni, attrezzi, stabilimenti di lavorazione, aste, mercati e ristorazione sono costruiti attorno a specie e stagionalità relativamente prevedibili.
Nella regione mediterranea e del Mar Nero la sola pesca di cattura sostiene circa 750.000 posti di lavoro lungo la filiera, di cui quasi 200.000 direttamente a bordo delle imbarcazioni. In Italia opera una delle flotte più numerose della regione.
Tra il 2020-2021 e il 2022-2023 le catture italiane sono diminuite del 9%, anche se questo dato deriva da molte cause e non può essere attribuito semplicemente al clima. Lo spostamento delle risorse aggiunge però una nuova incertezza a un settore già esposto a costi energetici, regolamentazione, sovrasfruttamento storico e variabilità dei mercati. Una specie può continuare a esistere biologicamente e diventare comunque economicamente troppo lontana per la flotta che l’ha sempre pescata.

I confini restano fermi
I pesci ignorano anche le zone economiche esclusive. Se uno stock attraversa progressivamente il confine tra le acque di due Paesi, può cambiare chi abbia accesso alla risorsa e quale quota sia considerata sostenibile. È già uno dei problemi emergenti della gestione della pesca mondiale.
Il nuovo studio sul calamaro giapponese parla infatti esplicitamente della necessità di una gestione transfrontaliera e adattata al clima. Lo stesso principio vale nel Mediterraneo, un bacino condiviso da numerosi Stati nel quale molte popolazioni attraversano continuamente confini amministrativi. Quote e piani di gestione basati esclusivamente sulla distribuzione storica rischiano di diventare meno efficaci se gli animali modificano rapidamente profondità, stagione e area geografica. La ricerca scientifica dovrà quindi aggiornare sempre più frequentemente mappe e valutazioni degli stock. Il clima introduce una variabile nuova: non possiamo più assumere che il mare di domani distribuisca le proprie risorse come quello di ieri.


Anche gli allevamenti sentono caldo
L’acquacoltura potrebbe compensare almeno parte dell’instabilità delle catture. Nel Mediterraneo e Mar Nero produce ormai oltre il 45% degli alimenti acquatici della regione. Ma neppure un pesce allevato è indipendente dall’ambiente. Ondate di calore possono aumentare stress metabolico, ridurre ossigeno disciolto, favorire alcune malattie e modificare la disponibilità di acqua adatta agli impianti.
In alcune aree del Mediterraneo orientale gli operatori stanno già adattando localizzazione e gestione delle gabbie. La diversificazione verso specie più resistenti e sistemi di ricircolo potrebbe aumentare la resilienza, ma comporta costi e nuovi compromessi ambientali. L’acquacoltura sarà quindi una parte sempre più importante del futuro alimentare marino, non una macchina capace di rendere irrilevante il riscaldamento degli oceani. Anche l’allevamento deve scegliere quali specie continueranno a funzionare nel clima che arriva.
Pescare un mare mobile
La buona notizia è che la gestione della pesca può funzionare. Il rapporto FAO-GFCM 2025 mostra una riduzione molto consistente della pressione di pesca rispetto a dieci anni prima e un aumento della biomassa di diversi stock sottoposti a piani specifici. Nel caso della sogliola adriatica, per esempio, dal 2019 la mortalità da pesca è diminuita del 42% mentre la biomassa è aumentata del 64%.
Ridurre il sovrasfruttamento rende le popolazioni più robuste e può quindi aumentare anche la loro capacità di affrontare il cambiamento climatico. Ma la gestione futura dovrà diventare più dinamica: monitoraggio quasi in tempo reale, protezione delle aree di riproduzione che possono spostarsi, quote capaci di seguire la distribuzione degli stock e cooperazione tra Paesi. Non possiamo fermare una specie al confine della sua vecchia area geografica. Possiamo però evitare di aggiungere una pressione di pesca eccessiva a quella che il clima sta già imponendo.


Imparare un nuovo menù
Per il consumatore questa trasformazione potrebbe sembrare lontana finché non arriva sul banco della pescheria. Ma proprio lì il cambiamento diventa concreto. Alcune specie tradizionali possono diventare meno disponibili, più costose o più piccole; altre possono comparire con maggiore frequenza. Parte dell’adattamento potrebbe consistere nell’allargare la cultura alimentare a specie abbondanti che oggi hanno scarso valore commerciale, invece di continuare a esercitare una forte domanda sulle stesse poche specie conosciute.
Non significa che il cambiamento climatico rappresenti un’opportunità gastronomica. Una specie nuova non sostituisce necessariamente quella perduta: può avere un ruolo ecologico, un valore nutrizionale e un comportamento completamente differenti. E alcune trasformazioni possono produrre perdite che nessun mercato riesce a compensare.
Il messaggio che arriva dal calamaro giapponese e dal Mediterraneo è piuttosto un altro. Abbiamo costruito pesca, cucina e commercio sull’idea che il mare fosse variabile, ma sostanzialmente stabile nella propria geografia biologica.
Quella certezza sta scomparendo.
In futuro potremmo dover imparare a gestire un oceano nel quale non basta chiedersi quanto pesce rimane. Dovremo chiederci quale pesce, dove si trova, a quale profondità vive e se saremo disposti a mangiarlo.

