- INFO POINT
- Di Nunzio Manfredi
- Carbonio per ogni goccia
- Il vento porta via vapore
- Un esperimento planetario
- Non basta chiudere gli stomi
- Le praterie lo sentono
- Meno vento, più crescita
- Quando la Terra rallenta
- Il futuro è incerto
- L’aria può avere sete
- Nei campi si sa già
- Il vento modella le piante
- Nelle terre aride cambia tutto
- Non sempre meno è meglio
- Anche il carbonio cambia
- La siccità ha più cause
Più vento può aumentare la perdita d’acqua e ridurre l’efficienza degli ecosistemi. Una variabile climatica finora sottovalutata
Quando pensiamo alla sete di una foresta o di un campo guardiamo quasi sempre due numeri: temperatura e pioggia. Se fa più caldo e piove meno, immaginiamo correttamente che le piante abbiano più difficoltà a trovare acqua.
Ma nell’equazione manca spesso una terza variabile: il vento. Una ricerca pubblicata il 15 ottobre 2026 su Nature Climate Change mostra che, nella maggior parte degli ecosistemi terrestri analizzati, all’aumentare della velocità del vento diminuisce l’efficienza con cui la vegetazione utilizza l’acqua. Il motivo principale è un aumento dell’evapotraspirazione, accompagnato in alcuni casi da una riduzione della fotosintesi.
Il vento, insomma, non decide quanta acqua cade dal cielo, ma può contribuire a stabilire quanto rapidamente quell’acqua tornerà nell’atmosfera. E questo significa che per capire la futura vulnerabilità di foreste, praterie e colture dovremo osservare non soltanto quanto il pianeta diventa caldo e secco, ma anche quanto velocemente si muove l’aria sopra di loro.


Carbonio per ogni goccia
Gli ecologi utilizzano un indicatore chiamato Water Use Efficiency, efficienza d’uso dell’acqua. A scala di ecosistema esprime, in termini semplificati, quanto carbonio la vegetazione riesce a fissare attraverso la fotosintesi rispetto all’acqua che perde attraverso evapotraspirazione.
Una pianta apre gli stomi delle foglie per far entrare la CO2 necessaria alla fotosintesi, ma attraverso quegli stessi pori esce vapore acqueo. È quindi costretta a effettuare continuamente uno scambio: acquisire carbonio senza perdere troppa acqua. A scala dell’intero ecosistema entrano poi in gioco anche evaporazione dal terreno e dalla vegetazione.
La FAO considera infatti radiazione solare, temperatura, umidità e velocità del vento tra i principali fattori meteorologici che determinano l’evapotraspirazione. L’acqua assorbita dalle radici viene utilizzata solo in minima parte per costruire direttamente i tessuti: una quota enorme attraversa la pianta e torna nell’atmosfera.
Il vento porta via vapore
Attorno a una foglia esiste un sottilissimo strato d’aria relativamente immobile, il boundary layer, che rallenta gli scambi con l’atmosfera. Quando il vento aumenta, questo strato viene continuamente rimosso e sostituito.
L’aria umida vicina alla superficie della foglia viene trascinata via e rimpiazzata con aria più secca, mantenendo elevato il gradiente che favorisce la perdita d’acqua; qualcosa di simile accade sul terreno: il vapore prodotto dall’evaporazione viene disperso più rapidamente.
Il nuovo studio mostra che venti più forti aumentano la conduttanza aerodinamica, cioè la facilità con cui calore e vapore vengono trasferiti dall’ecosistema all’atmosfera. Il risultato prevalente è un incremento dell’evapotraspirazione. E quando l’acqua diventa più difficile da sostituire, la vegetazione può ridurre anche l’apertura degli stomi e quindi l’ingresso di CO2, abbassando la produttività.


Un esperimento planetario
Per separare l’effetto del vento da quello di temperatura, pioggia, CO2 e aridità atmosferica, i ricercatori hanno combinato osservazioni con la tecnica della covarianza turbolenta (eddy covariance) provenienti dalle reti ICOS, AmeriFlux, OzFlux e FLUXNET con simulazioni dei modelli climatici CMIP6.
Le torri eddy covariance misurano continuamente gli scambi di CO2, acqua ed energia tra ecosistema e atmosfera e permettono quindi di osservare direttamente il “respiro” di foreste, praterie, coltivazioni e zone umide. L’analisi comprende ecosistemi molto differenti, dalle foreste sempreverdi alle savane e ai campi coltivati. Il risultato generale rimane simile: nella maggior parte dei casi l’efficienza d’uso dell’acqua diminuisce quando il vento aumenta. L’effetto è dovuto soprattutto all’acqua persa in più e, secondariamente, alla riduzione della produttività primaria lorda.
Non basta chiudere gli stomi
Una pianta non è però una superficie bagnata passiva. Quando percepisce condizioni sfavorevoli può chiudere parzialmente gli stomi e limitare la traspirazione. Questo meccanismo spiega perché l’effetto del vento sulla singola foglia possa apparire in alcuni esperimenti differente da quello osservato sull’intero ecosistema.
A scala reale interagiscono infatti chioma, terreno, umidità, temperatura e turbolenza atmosferica. I ricercatori del nuovo studio sottolineano proprio questa differenza: non possiamo estrapolare semplicemente il comportamento di una foglia a una foresta intera. Il vento modifica contemporaneamente gli scambi di migliaia di foglie e l’evaporazione dal suolo, cambia il collegamento tra vegetazione e atmosfera e può influenzare la temperatura delle superfici. È uno dei motivi per cui il suo ruolo nella relazione tra ciclo del carbonio e ciclo dell’acqua è rimasto meno evidente rispetto a quello della temperatura o della CO2.

Le praterie lo sentono
Le praterie sembrano particolarmente sensibili. Uno studio pubblicato nel maggio 2026 su Science Advances aveva già analizzato il fenomeno combinando osservazioni sul campo, satelliti, modelli climatici ed esperimenti nei quali la velocità del vento veniva modificata artificialmente.
La conclusione era coerente con quella arrivata pochi mesi dopo: meno vento riduce la perdita evaporativa, conserva più umidità nel terreno e permette agli stomi di rimanere maggiormente aperti, favorendo l’assorbimento di carbonio.
Nelle simulazioni e ricostruzioni considerate, le variazioni della velocità del vento spiegavano tra il 7,7 e il 25,7% dell’aumento dell’efficienza d’uso dell’acqua delle praterie, risultando uno dei fattori climatici più importanti dopo l’aumento della CO2 atmosferica. Le praterie occupano oltre il 40% della superficie terrestre vegetata: modificare anche leggermente il loro bilancio idrico significa intervenire su una parte enorme del ciclo terrestre dell’acqua e del carbonio.

Meno vento, più crescita
Il legame emerge anche osservando direttamente la produttività vegetale. Una ricerca pubblicata nel 2025 su Nature Communications aveva stimato che il rallentamento dei venti terrestri tra il 1983 e il 2010 abbia contribuito per circa il 6-7,8% all’aumento globale della produttività primaria lorda, risultando secondo soltanto all’incremento della CO2 tra i fattori analizzati. Nei modelli, ridurre uniformemente il vento dell’1% produceva un piccolo ma misurabile aumento della quantità di carbonio assimilata dalla vegetazione.
Il meccanismo individuato passava soprattutto da minore aridità dell’aria, migliore conservazione dell’umidità del suolo e maggiore apertura stomatica. Non significa che una giornata senza vento faccia automaticamente crescere una foresta. Il risultato riguarda cambiamenti persistenti su grandi scale spaziali e temporali. Ma dimostra quanto una variabile meteorologica apparentemente secondaria possa influenzare la capacità globale della vegetazione di sottrarre CO2 all’atmosfera.


Quando la Terra rallenta
Per diversi decenni gli scienziati hanno osservato un fenomeno chiamato global terrestrial stilling: una diminuzione della velocità media del vento vicino alla superficie terrestre. Tra gli anni Sessanta e i primi anni Duemila numerose stazioni meteorologiche mostrarono un rallentamento, particolarmente evidente nell’emisfero settentrionale.
Le cause sono complesse e comprendono cambiamenti della circolazione atmosferica, interazioni oceano-atmosfera e probabilmente variazioni della rugosità delle superfici. Intorno al 2010, però, la tendenza si è temporaneamente invertita e i venti terrestri hanno ricominciato ad aumentare. Una ricerca pubblicata su Nature Climate Change nel 2019 collegò quella inversione soprattutto alla variabilità decadale di oceani e atmosfera. Il vento terrestre, quindi, non segue una traiettoria semplice e monotona e le sue evoluzioni regionali rimangono difficili da prevedere.
Il futuro è incerto
Proprio questa incertezza rende importante inserirlo nei modelli ecologici. Le simulazioni utilizzate dal nuovo studio indicano che le future variazioni della velocità del vento possono modificare significativamente l’evoluzione dell’efficienza d’uso dell’acqua.
In alcuni scenari climatici, una maggiore diminuzione dei venti terrestri favorisce un aumento della WUE perché riduce l’evapotraspirazione; ma non dobbiamo leggere questo risultato come un “beneficio” del cambiamento climatico. Temperatura più alta e maggiore deficit di pressione di vapore, cioè un’atmosfera più assetata, agiscono contemporaneamente nella direzione opposta e possono aumentare fortemente lo stress delle piante.
Inoltre le variazioni di vento sono geograficamente molto diverse. Una riduzione globale media può convivere con regioni nelle quali il vento aumenta. Per una foresta o un campo conta ciò che accade localmente, non la media planetaria.


L’aria può avere sete
Uno dei concetti centrali per comprendere la relazione è il Vapor Pressure Deficit, o VPD. Indica quanto l’atmosfera sia lontana dalla saturazione di vapore. Quando temperatura aumenta e umidità non cresce nella stessa misura, il VPD sale: in termini intuitivi, l’aria diventa capace di “chiedere” più acqua alla vegetazione.
Il vento può amplificare questo effetto perché rimuove continuamente l’aria umida presente vicino alle foglie e rafforza il contatto con l’atmosfera circostante. La nuova ricerca mostra che proprio l’aumento della domanda atmosferica d’acqua è uno dei meccanismi attraverso cui venti più forti riducono la WUE.
Questo permette di capire perché un terreno possa asciugarsi rapidamente anche senza temperature record: una giornata calda, secca e ventosa è molto più evaporativa di una giornata ugualmente calda, ma con aria quasi ferma. È un principio utilizzato da tempo anche nei calcoli agronomici della FAO.
Nei campi si sa già
Gli agricoltori conoscono intuitivamente questo problema da secoli. La FAO include la velocità del vento tra i quattro principali parametri climatici che determinano il fabbisogno idrico delle colture, insieme a temperatura, umidità e radiazione solare.
A parità di altre condizioni, un ambiente caldo, secco, soleggiato e ventoso produce una domanda evaporativa molto maggiore di uno fresco, umido e poco ventilato. È uno dei motivi per cui frangivento, siepi e filari possono modificare il microclima dei terreni agricoli.
Ridurre localmente la velocità dell’aria può limitare l’evaporazione e proteggere alcune colture, anche se gli effetti dipendono da specie, geometria del campo, disponibilità idrica e condizioni climatiche. In un’agricoltura che dovrà convivere con siccità più frequenti, conoscere meglio il ruolo del vento potrebbe quindi migliorare sia la stima dei fabbisogni irrigui sia la progettazione del paesaggio agricolo.

Il vento modella le piante
L’effetto non riguarda soltanto l’acqua consumata oggi. Nel tempo le piante si adattano anche strutturalmente all’ambiente ventoso. Uno studio globale pubblicato su Nature Ecology & Evolution ha confrontato 1.922 specie legnose in 469 siti e trovato caratteristiche idrauliche differenti nei luoghi maggiormente esposti al vento.
Le specie di questi ambienti tendevano ad avere vasi conduttori più piccoli, minore conduttività dello xilema e una minore superficie fogliare rispetto al tessuto legnoso che deve rifornirla d’acqua. Sono caratteristiche che possono aumentare la resistenza alla disidratazione, ma spesso implicano compromessi nella velocità con cui l’acqua viene trasportata. Il vento, quindi, non modifica soltanto l’evaporazione nell’arco di una giornata: su scale evolutive contribuisce a determinare come una pianta costruisce il proprio sistema idraulico.


Nelle terre aride cambia tutto
Negli ecosistemi aridi il vento può intervenire persino sul bilancio della CO2 in modi inattesi. Una ricerca condotta su dati FLUXNET ha individuato fenomeni di ventilazione del suolo, nei quali il vento favorisce il rilascio nell’atmosfera di CO2 accumulata negli spazi porosi del terreno.
Il fenomeno è stato osservato soprattutto negli ambienti aridi e durante periodi caldi e secchi: l’84% dei siti nei quali veniva identificato apparteneva a ecosistemi aridi. Non significa che il vento rappresenti una nuova grande sorgente globale di emissioni, ma evidenzia ancora una volta quanto gli scambi tra terreno e atmosfera possano essere influenzati dalla dinamica dell’aria. Nei deserti e nelle steppe, dove vegetazione rada, suolo secco e forti escursioni termiche rendono il sistema particolarmente esposto, il vento può partecipare contemporaneamente a erosione, perdita d’acqua e movimento del carbonio.
Non sempre meno è meglio
Sarebbe però sbagliato concludere che un mondo meno ventoso sia automaticamente migliore per gli ecosistemi. Il vento disperde polline e semi, consente a molte specie di colonizzare nuovi territori, raffredda le foglie durante le giornate molto calde e modifica la distribuzione di umidità e precipitazioni.
Per specie dipendenti dalla dispersione eolica, un cambiamento delle correnti può persino ridurre la possibilità di raggiungere aree climaticamente adatte mentre il pianeta si riscalda. La connettività ecologica non dipende soltanto da corridoi terrestri: esiste anche un vero e proprio paesaggio del vento, capace di facilitare o ostacolare migrazione di semi, pollini e organismi.
Inoltre, in condizioni di caldo estremo, una ventilazione troppo debole può aumentare la temperatura delle foglie. Il vento non è quindi un nemico delle piante. È una componente del sistema, e come spesso accade in ecologia conta soprattutto quanto ce n’è, quando arriva e in quale ambiente.

Anche il carbonio cambia
Il nuovo studio aggiunge infine un tassello agli articoli che abbiamo dedicato ai pozzi naturali di carbonio. L’assorbimento terrestre di CO2 non dipende soltanto dalla quantità di carbonio presente nell’atmosfera e dalla temperatura. Per fotosintetizzare, una pianta deve mantenere aperta una via attraverso cui entra CO2 ed esce acqua.
È quindi impossibile separare completamente ciclo del carbonio e ciclo idrologico. Se il vento aumenta la perdita d’acqua e induce la vegetazione a ridurre la fotosintesi, può modificare anche la capacità di un ecosistema di funzionare come pozzo di carbonio. Se diminuisce, in alcuni contesti può produrre l’effetto opposto. I modelli climatici che rappresentano male le tendenze del vento rischiano dunque di rappresentare male anche una parte della futura risposta della biosfera al cambiamento climatico.


La siccità ha più cause
Parlare di siccità soltanto in termini di pioggia è quindi insufficiente. Due territori che ricevono esattamente la stessa precipitazione possono conservare quantità d’acqua molto differenti se cambiano temperatura, umidità, radiazione, vegetazione e vento. Lo stesso vale per due anni successivi nello stesso luogo.
Il messaggio dello studio pubblicato su Nature Climate Change è proprio questo: il vento è una variabile importante del bilancio tra acqua e carbonio che finora abbiamo probabilmente sottovalutato.
Non significa che qualche raffica in più provochi una siccità o che la diminuzione dei venti possa compensare il riscaldamento globale. Significa che l’atmosfera non sottrae acqua alla terra soltanto scaldandola.
Può farlo anche muovendosi. E mentre impariamo a misurare quanto caldo farà e quanta pioggia cadrà, potrebbe diventare altrettanto importante sapere quanto vento soffierà sull’acqua che ci rimane.

